
AMERICANATE
Il Glossario, finalmente
Mi è capitato spesso su queste pagine di ricorrere a espressioni in uso nell’Nba. Ma capisco che non tutti abbiano dimestichezza con l’inglese. Quindi ecco qui un breve prontuario delle frasi e dei termini più usati, in modo che tutti possano comprendere di cosa si parla.
Qualcuno dice una cosa ovvia e scontata: nell’Nba dicono “Discovery of the hot water”. Oppure: “Thanks to the dick”. L’allenatore è in grado di prevedere esattamente cosa faranno i giocatori: il classico modo di dire americano è “I know my chickens”. Risposta di un giocatore all’arbitro che lo accusa -che ne so- di aver spinto: “When never?”. Quando un giocatore americano riscontra che certi modi di fare sono comuni anche negli States, inevitabilmente dice: “All the world is country”. Il coach è trasandato, ma bravo: “The dress doesn’t the monk”. Il coach dopo che un giocatore finalmente si decide a fare quello che gli ha chiesto: “Better late than never”. Quando n veterano in là con gli anni è ancora molto forte, i giornalisti scrivono: “Old chicken makes a good broth”. Sempre i giocatori americani, per giustificare la richiesta di trascorrere a casa le feste di Natale: “Christmas with yours, Easter with whoever you want”. Giocatore che dimentica sistematicamente le indicazioni del coach: “It goes in one ear and out the other”. Coach privo di assistenti: “Who does himself does for three”.
Un allenatore italiano anni fa, quando voleva alzare il ritmo dell’allenamento, urlava ai suoi: “Of course!”. Era convinto che volesse dire “di corsa”. Un altro allenatore italiano, ancora più indietro negli anni, un giorno si rivolse così a uno dei suoi americani: “If you follow me, we’re on the horse”. Ancora oggi quel giocatore è convinto che il coach fosse pazzo. In tempi più recenti, un giocatore italiano osservò che l’antidoping si chiama così perché si fa “dopo” le partite. Altrimenti si sarebbe chiamato “antipriming”.
NB: dedica speciale per Stefano Vanoncini.
NB 2: le ultime tre sono vere.
