
GOCCE DI CIANURO
Le malelingue
Maledette malelingue, cantava il mio corregionale Ivan Graziani nel 1994. Dicono che tutti gli ambienti siano uguali: pullulano di frustrati, insoddisfatti, astiosi, mezzi falliti, falliti interi, che sfogano la propria depressione vomitando veleno sulla vita degli altri. Il basket non fa eccezione.
Io, lo giuro, sono sempre stato uno che si fa i fatti suoi. Mai mancato di rispetto a nessuno. Non mi interessano chiacchiere, gole profonde, pettegolezzi. Chi mi conosce lo sa bene. Ma più sto nel mio, più mi vengono a sfruculiare. Senza sapere che quel che dicono nel giro di mezza giornata mi torna all’orecchio.
SE C’ERO IO… Allenavo per una società molto ambiziosa, che aveva fama di spendere e spandere -per quel livello, ovvio- pur di raggiungere i propri obiettivi. Di conseguenza ero assai invidiato. Un allenatore della zona ogni domenica sera tampinava i miei dirigenti. Vincevamo di 10: “Io l’avrei vinta di 20”. Vincevamo di 20: “Io l’avrei vinta di 30”. Perdevamo (quasi mai): “Io l’avrei vinta”. Non la smetteva più, neanche quando acciuffammo il primo posto. Come faccio a saperlo? Me lo raccontavano i dirigenti stessi, che per inciso non lo sopportavano, facendosi grasse risate alle sue spalle. Pensa che figura di merda.
L’UOMO GIUSTO.. Stessa annata, ma alla fine. Vinciamo 2-0 quarti e semifinali playoff, perdiamo 2-1 la finale (NdE: decimati da infortuni pesanti e pure una squalifica). Ma per via di una rinuncia, saliamo ugualmente nella categoria superiore. Un faccendiere traffichino arrivista, Vasco lo avrebbe chiamato “Quel tale che scrive sul giornale”, comincia a stalkerizzare telefonicamente la Società. “Spero vi siate convinti che quello là (Io, NdE) non va bene. Ma state tranquilli: ve lo indico io il soggetto giusto. Un nome adeguato per la nuova categoria”. Anche in questo caso furono i dirigenti stessi a raccontarmelo. Alla notizia della mia conferma, già mi vedevo il tipo munito di spilloni e bambolina Vodoo con la mia foto al posto della testa.
OMMEMMERD. E completiamo il tris su quell’anno. Intervistato subito dopo la finale persa, dico: “Con tutto il rispetto per i nostri avversari, che hanno meritato di vincere, oggi non abbiamo perso contro di loro. Abbiamo perso contro spalle lussate, distacchi della retina, strappi muscolari e squalifiche. Avrei voluto giocarmela al completo, ma non è stato possibile”. Il giorno dopo, su qualche social, un giocatore della squadra che ci aveva battuti se ne esce più o meno così: “Questo commento sulla partita lo può fare solo un uomo di merda”. Passa qualche settimana, si comincia a lavorare sul mercato per la stagione successiva. Mi telefona un amico. “Ho una notizia che forse può esserti utile, mi ha detto Tizio che gli farebbe davvero molto piacere se tu lo prendessi in considerazione per venire a giocare da te”. Non credevo alle mie orecchie: “Tizio” era il giocatore che mi aveva dato dell’uomo di merda 3 settimane prima. Rispondo al mio amico: “Grazie, digli da parte mia che non lo prenderò mai. Ma non perché mi ha insultato. Perché è scarso”.
IL DIRIGENTE. Sopravvalutato. Fortunato. Mediocre. Così mi definiva anni fa un importante dirigente federale. Con chiunque parlassi, il ritornello era sempre lo stesso: ma perché quello ce l’ha così tanto con te? Dice che sei scarso, che dovresti stare a livelli più bassi, è proprio avvelenato. Ma che gli hai fatto? Ora, a parte che un uomo Fip dovrebbe astenersi dal vomitare veleno su un tesserato, io al tipo non avevo fatto proprio nulla. C’era una cosa, tuttavia, che non mi perdonava. Stavo con una donna. Seppi che lui, prima di me, l’aveva corteggiata insistentemente. Lei aveva sempre declinato i suoi inviti. Tra i due, non ero io quello di basso livello.
L’ARBITRO. Allenavo in B2. Un arbitro di quella città era solito parlare di me in questi termini: “Non lo sopporto, non vedo l’ora che lo caccino”. Lo diceva in giro così frequentemente che lo sentì anche un mio amico, dirigente di un altro Club della zona. Ovviamente me lo riferì. Anni dopo incontro il fenomeno, impegnato in una passeggiata solitaria. Io invece ero in compagnia, e tanto bastava per non lanciarmi in discussioni inopportune in mezzo alla strada. Ma confesso: mi lasciai sfuggire tra i denti qualche simpatica considerazione, che l’arbitro dalla bocca larga non poteva non sentire. Stendere un velo pietoso sulla mancanza di professionalità di questo soggetto non è sufficiente. Come dice il team manager delle Panthers, più che velo ci vuole una trapunta.
HATERS. Un anno avevo anch’io degli haters che mi insultavano sui social. Una medaglia al valore: oggi se non hai gli haters non sei nessuno. In realtà quella piazza mi odiava prima ancora che andassi a lavorare lì, per motivi che spiegherò meglio nel libro (Ops! Spoiler numero due…). Ovviamente, terminato il ciclo di due anni su quella panchina, i messaggi di insulti cessarono. Però ce n’era uno, tra gli odiatori seriali, che continuava imperterrito a perseguitarmi. Persino a distanza di anni, si infilava sulle pagine social dei Club dove andavo ad allenare per scrivere, tipo: “Avete fatto un pessimo affare, quello vi affossa”. Mentre scrivo ancora rido. Usava un nickname, il poverino, composto dalle prime tre lettere del suo nome di battesimo e le prime tre del cognome. Ovviamente sapevo benissimo di chi si trattasse, ma non ho mai avuto il piacere di incontrarlo. Prima o poi accadrà, spero, perché vorrei proprio lanciargli dei segnali di pace. Gli direi: “Ti capisco, io non sono molto simpatico… Non me la sono mica presa per le tue decine e decine di insulti che mi hai rivolto in tutti questi anni… Anzi, avvicinati, vorrei stringerti la mano, senza rancore… Ma dove corri?! Avvicinati ti dico, vieni qua che non ti faccio niente…!”.
