
CONTROMANO
La guerra è finita
Quando la Società prende un giocatore, non sta facendo un “regalo” all’allenatore. E’ ora di finirla con questa immane stronzata. L’allenatore NON E’ un bambino capriccioso che invoca regali. E’ un professionista che dà delle indicazioni e fissa una linea. Rovesciare il concetto come se fosse il Club che lo accontenta è fuorviante e pericolosissimo.
Quante volte leggiamo queste frasi pronunciate dai dirigenti? “Abbiamo fatto un bel regalo al coach”. “Abbiamo accontentato l’allenatore”. “Abbiamo esaudito le sue richieste”. Certo, come no. Perché il nuovo giocatore che arriva va in campo per far contento l’allenatore, mica indossa la maglia del Club. Sto parlando, ovviamente, delle normali operazioni di mercato, non di eventuali extrabudget. Che comunque la Società può mettere a bilancio oppure no.
Quanti giocatori dobbiamo prendere? Tre. Quanti soldi abbiamo a disposizione? ICS. Benissimo: vediamo di conciliare meglio che si può le esigenze tecniche e le risorse economiche e procediamo. Punto. Non è che alla fine della giostra la Società ha fatto tre regali all’allenatore.
Stesso identico discorso quando un Club, magari su indicazione dell’allenatore o del DS, adotta dei correttivi che migliorano la professionalità e l’organizzazione. Se una società lo fa, lo fa per se stessa, non per accontentare tizio o caio!
Ma il peggio sapete qual è? E’ che gli allenatori stessi, molte volte, si piegano a questo gioco. “La Società mi ha accontentato”. “La dirigenza mi ha fatto un bel regalo”. Si, e il Redentore è morto di freddo. Ma quale accontentare? Ma quale regalo? Ma non ti rendi conto che girarla in questo modo è una strategia per fartela tornare nel… ehm, per addossare a te tutte le responsabilità se le cose vanno male? Non ti sembra già di sentirli? Alla seconda sconfitta: “Eeeeh, eppure lo abbiamo accontentato in tutto! E lui come ci ripaga? Perdendo?”. Come se tu avessi detto: prendiamo questi tre e vinceremo tutte le partite.
Svegliati, ché la guerra è finita!, mi diceva sempre mio padre. Io oggi non lo posso dire.
