
CINICO BLUES
Due milioni di ragioni
Sophie Cunningham, quella del dito, ha un patrimonio netto intorno ai due milioni di dollari. Il suo contratto con le Indiana Fever chiama 665mila. L’altro milione 300mila e spiccioli arriva dalla pubblicità (soprattutto Adidas), dagli accordi per i podcast e dai compensi come commentatrice TV.
Prima dell’episodio del dito, aveva un milione di followers su Instagram e Tik Tok. Bastava questo a farne una delle atlete più commercializzabili della Wnba, la lega professionistica femminile americana. Subito dopo l’ormai celebre “point finger”, i followers sono schizzati a un milione e mezzo. Più 500mila in pochi giorni.
La foto che vedete, per dire, è apparsa sul settimanale Sports Illustrated, la “bibbia” dello sport americano. Rende l’idea della personalità della tipa, attenta manager di se stessa. Quella foto è stata pubblicata un mese prima del fatidico 22 giugno, il giorno in cui Sophie ha puntato il dito per 22 secondi contro un’avversaria senza dire una parola. Quel gesto ha scatenato un interesse spasmodico e morboso in tutto il mondo che manco se avesse inventato un nuovo vaccino.
Io che conosco i miei polli lo sapevo. Sapevo che si sarebbero scatenati i professori, gli psicologi, i sociologi. E poi tutti i guru, i mental coach, i dietrologi. Quelli che ti spiegano la vita. Quelli che ogni occasione è buona per costruirci sopra una storia, una teoria, un’elucubrazione. Magari cervellotica, magari senza capo né coda. Ma dovevano comunque dire la loro.
Improvvisamente tutti, ma proprio tutti si sono messi a pontificare su Sophie Cunningham. Senza conoscere il contesto. Senza sapere nulla del personaggio, della sua storia, di quello che era accaduto fino a un secondo prima del dito puntato. Ho letto almeno mille milioni di Interpretazioni fantasiose, dissertazioni antropologiche, ricostruzioni a pera. A stragrande maggioranza di gente che non ci aveva capito una minkia.
Sophie Cunningham finirà 30 anni ad agosto. E’ una buonissima giocatrice, ma è anche una bulletta e una gran furbacchiona. Con lei provocazioni, trash talking, fallacci anche molto cattivi e risse sono all’ordine del giorno. Tutti atteggiamenti estremamente plateali, che attirano su di lei l’attenzione dei media e del popolo dei social..
Da un paio d’anni, per ampliare il ventaglio dell’offerta, Sophie si è ritagliata il “ruolo” di guardia del corpo di Caitlin Clark, la superstar della squadra. La Clark, una top player incredibile, è odiata e spesso tartassata dalle avversarie. E puntualmente interviene Cunningham, che la sua amichetta guai a chi gliela tocca. In allenamento le due si divertono un mondo, ridono, scherzano, saltellano mano nella mano come due adolescenti. Poi in partita, se c’è da litigare, non si tirano mai indietro. Con Cunningham che puntualmente copre le spalle a Clark, come in un copione scritto a tavolino.
Quel 22 giugno, contro Phoenix, nell’ultimo quarto è successo che Caitlin Clark e DeWanna Bonner, nel prendere posizione si sono “allacciate”. Succede 100 volte a sera. La Bonner ha sbracciato per liberarsi, rischiando di rifilare una gomitata in faccia all’avversaria. La Clark ha reagito con un classico “fuck you”. Qualche secondo di baraonda, anche questo succede 100 volte. Probabilmente sarebbe finita lì. Ma ecco che arriva Cunningham, la bulletta, brava come nessun altra a far parlare di se. Provoca Bonner, che impazzisce. Obiettivo raggiunto. Cunningham fa il suo sorrisetto beffardo e punta il dito per 22 lunghi secondi contro l’avversaria, senza dire nulla. Plateale, come sempre. Teatrale, direi. E vai di followers.
Bé, mi è toccato leggere di tutto. Gente che non ha mai visto una partita di basket. Che non ha idea di cosa sia la Wnba. Che non conosce il linguaggio gestuale in uso sul parquet, soprattutto negli States. Incapaci di “leggere” la teatralità. Per tutti costoro Sophie è diventata un’eroina.
Un esercito di mental coach ha visto nel suo gesto l’applicazione pratica di complicate teorie di manipolazione e contromanipolazione. Un plotone di psicologi ha parlato di “strategie di controllo” e di “ammirevole ordine interiore”. Altri strizzacervelli erano di segno opposto: “Non è vero, è stato il gesto arrogante di una personalità alterata”. Avvocati hanno scritto: “Prendete esempio, smascherate chi cerca di colpevolizzarvi!”.
E poi giù fiumi di retorica. “Uno sguardo che non incendia, delimita”. “Il campo di gioco è lo specchio delle emozioni”, “Siamo tutti Sophie Cunningham”. “Ammiro questa donna, vorrei che mia figlia fosse coraggiosa e determinata come lei”.
Non è finita. Qualcuno ha tirato fuori storie di razzismo (DeWanna Bonner è nera). Qualcun altro ha arruolato Sophie nell’ideologia M.A.G.A. (Make America Great Again) di Donald Trump. Oppure ha tirato in ballo il movimento Woke sulle disuguaglianze sociali. O l’ha proposta come primo presidente donna degli Stati Uniti. Un casino mai visto.
In Italia i fans politici di tutte le fazioni l’hanno eletta a proprio simbolo. E poi ancora cazzate immani sulla “fine del patriarcato”, sulla “postura che cambia la narrazione”, sul “gesto che fa la storia”. Incredibile.
Lei, Sophie, in un’intervista ha ammiccato sorniona, col suo sorriso che ammalia: “E’ stata la cosa più stupida che potessi fare”. Bingo, ancora una volta inimitabile nel trovare la strada giusta per attirare l’attenzione.
Cosa penso io, se non si fosse ancora capito? Penso che per fare quel gesto, Sophie Cunningham aveva molte buone ragioni. Almeno due milioni.

Questa volta non lascio alcun commento