Il sesso fa bene

Già vi sento: “Bella scoperta”. “Grazie al cavolo”. “Mai pensato il contrario”. Caproni, parlo del sesso prima della partita. Demonizzato come un male estremo, vietatissimo da chi la pensa all’antica, bollato come dannoso e nemico delle buone prestazioni.

Il livornese Gianfranco “Cacco” Benvenuti, uno dei più carismatici allenatori italiani, era solito raccomandare ai suoi: “Dal giovedi, boni col pipì”. Sesso consentito solo nei primi tre giorni della settimana. Sono pronto a scommettere che non gli dava retta nessuno, ma in caso contrario sarebbe stata una tortura.

Attorno al sesso nell’imminenza della gara, per tradizione, vengono costruiti pilastri di cultura popolare. Se un giocatore ha uno scadimento di condizione fisica, la diagnosi dei tifosi è sempre quella: “Per forza, va troppo a donne. Non si regola. Le energie se le spreca tutte a letto”.

Anche dirigenti e giornalisti, quelli più datati, appena qualcuno gioca male tendono ad attribuire le responsabilità alla troppa attività sessuale. In special modo se il soggetto in questione è un tipo che piace molto alle donne.

Quando giocavo (oddio, giocavo…), un mio compagno di squadra -che credo adesso stia leggendo queste righe- ebbe un “flirt” con una cavallona a cui tutta la città sbavava dietro. Non mi ricordo se cominciò a giocare male, ma il commento era unanime: “Quella se lo finisce”. La colpa era sempre della Messalina di turno.

Ora: analizziamo fatti e situazioni con distacco (ovvero: senza pensieri pruriginosi). Un giocatore professionista generalmente è un soggetto dai 20 ai 35 anni, che si allena tutti i giorni anche due volte al giorno, ha il cuore a posto, una muscolatura tonica e non soffre di patologie importanti. Per un giovane uomo di questo tipo, a livello di fatica fisica, un rapporto sessuale “normale” equivale a fare due-tre rampe di scale di corsa. Come dire: un po’ di fiatone e recupero completo nel giro di un minuto. Ridicolo, per uno abituato ad allenarsi duramente fino a 4-5 ore al giorno. Pensare che il sesso possa fargli consumare energie fisiche preziose è follia.

Prendiamo il caso di un giocatore sposato, che la sera prima della partita fa l’amore con sua moglie. Se lo fanno solo una volta non è probante? Va bene, allora diciamo che fanno una doppietta. Toh, mi voglio rovinare: tripletta! Il maritino poi dorme le sue 7-8 ore, la mattina dopo alle 11 si presenta al Palas per la seduta di tiro e ripasso, il pomeriggio è pronto a scendere in campo adeguatamente riposato. Se gioca male, non è certo per colpa delle tre “ripetute” della sera prima.

Facciamo ora l’esempio invece di un giocatore “single”, che la sera prima della partita va a cena (fin qui tutto regolare, nessun regolamento violato), ma poi a mezzanotte, invece di prendere la strada di casa, decide di andare in discoteca. Arriva, ordina un drink, balla. Punta una tipa, la invita al bar, altro cocktail. Poi di nuovo in pista, ballano insieme, flirtano. Camicia sudata, eccitazione crescente. Ci sta bene il bicchiere della staffa (e tre). Poi decidono di tagliare la corda per finire la serata in bellezza, anche perché nel frattempo si è fatta una certa (diciamo le 4). Vanno a casa di lui (o di lei) e parte la tripletta. Lo sforzo dedicato al sesso è IDENTICO a quello del giocatore sposato. Ma l’acchiappone il giorno dopo avrà un cerchio alla testa, le gambe pesanti, la concentrazione a farfalle e SICURAMENTE giocherà male.

Colpa del sesso? Certo che no. Colpa delle ore sottratte al sonno, del tanto tempo in piedi, del sovraccarico di alcool e dell’incapacità di tenere il “focus” sulla partita, non sulla panterona della notte prima.

Morale della favola: beato chi ancora ce la fa a fare la tripletta.  

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