Claudio Mazzaufo, “Il Prof.”

Per tutto il mondo del basket e dell’atletica leggera, Claudio Mazzaufo  è “Il Prof.” I freschi campioni del mondo di calcio lo chiamerebbero un hombre vertical: schietto e tagliente quando serve, sempre senza filtri. Dall’alto del suo curriculum e della sua autorevolezza, se lo può permettere. Claudio è davvero un grande personaggio. Nato a Giulianova e adottato da Teramo, come dire le Sparta e Atene d’Abruzzo. Interista, fatevene una ragione. Cresciuto a pane e atletica, ma col basket come binario parallelo. Dal 1988 è in FIDAL, Federazione Italiana di Atletica Leggera. Già responsabile tecnico del settore salti, attualmente lavora all’area metodologica e didattica. Nel contempo si è costruito una solida reputazione anche nel basket, lavorando come preparatore fisico per vari Club, tra i quali spicca Teramo negli anni della A1.

Il suo curriculum nell’atletica è sconfinato. Ha fatto tre Olimpiadi, 5 Mondiali e 7 Europei. Pazzesco. Le sue presenze ai vari campionati d’Europa e del Mondo a livello giovanile non si contano. Lui stesso non ricorda il numero esatto, ma ipotizza di avere all’attivo circa 50 partecipazioni a competizioni internazionali in ogni angolo del globo. Trofei e medaglie in bacheca non ci entrano più.

La collaborazione tecnica più prestigiosa è stata col vice campione del mondo, campione europeo e tuttora primatista italiano di salto in lungo Andrew Howe. Per arrivare poi a tutti i suoi ragazzi dell’Atletica Teramo e dei Carabinieri Bologna, che hanno fatto incetta di titoli italiani giovanili. Dal ’90 a oggi sono 36 anni di successi. E tra poco si torna in pista, o in pedana: dall’8 al 17 agosto il Prof. sarà con la Nazionale di Atletica a Birmingham, per i Campionati Europei.

Prima di parlare di basket (e di atletica) chiariamo subito un punto. Ti senti più giuliese o più teramano?

“Sono figlio del Mondo. Sono andato via da Giulianova a 19 anni, sono stato due anni a Ostia con le Fiamme Gialle, gli studi universitari mi hanno portato a L’Aquila e a Firenze. Poi ho fatto 6 anni di insegnamento a Seregno. A 30 anni sono entrato nella Fidal e ho cominciato a girare il mondo. Georgia, Sudafrica, Australia, Cile, tutti i paesi europei. Da adolescente Giulianova era la mia patria, il mio tutto, inclusa la rivalità con Teramo e il campanilismo più acceso. Poi però allenandomi a Teramo con Marco Ettorre (NdE: notissimo Maestro dello Sport), sposandomi con una ragazza di Teramo, vivendo con la  famiglia di lei a Teramo dove sono anche nati i miei figli, è chiaro che Teramo è diventata la mia seconda città. Ho sempre un legame strettissimo con Giulianova, adoro il mare, ho gli amici di sempre. Però devo dire che Giulianova non mi ha mai riconosciuto nulla. Io sono il primo tecnico della Provincia ad aver partecipato alle Olimpiadi. Ma non ho mai avuto un riconoscimento dalla mia città natale. A Teramo invece sono stato ricevuto in Comune e premiato in piazza. Prendi anche il calcio: da ragazzo ho giocato tre anni nel settore giovanile del Giulianova, a metà anni ’90 ho collaborato con l’allenatore Gianni Simonelli in C2. In quel periodo Teramo non riuscivo proprio a farmela stare simpatica. Oggi invece non guardo più il campanile, ma gli aspetti puramente sportivi. Il Teramo Calcio ha una grande società, uno staff super, quindi simpatizzo anche per loro. Alla fine non mi sento né più teramano, né più giuliese. Sembra banale, ma avendo girato così tanto non riesco a vivere il campanilismo. Per questo mi definisco figlio del mondo”. 

Con questa domanda vincerò l’Oscar della banalità: ti “accende” di più il basket o l’atletica?

“Mia moglie dice che per l’atletica sono ‘invasato’. E ha ragione. Vivo l’atletica h24, 365 giorni l’anno. Però tu hai usato la parola ‘accendere’. Ora, se vedi un atleta che all’ultimo salto fa il record del Mondo, com’è successo a me ai Mondiali di Osaka con Andrew Howe, è chiaro che in quell’istante senti dentro una fiammata che non si può descrivere. Però un atleta in gara salta ogni 10’-15’ e il salto dura 6 secondi, è un’emozione ‘diluita’. Invece una partita di basket ti può tenere sui carboni ardenti fino  all’ultimo decimo di secondo. Nel basket capita di perdere al fotofinish o di vincere all’ultimo respiro, come accadde contro Pesaro con la famosa  tripla allo scadere di Brandon Brown. Quindi vivo con più pathos una partita di basket. Nell’atletica controllo tutto con più razionalità, il pathos ormai l’ho messo da parte”.

Dimmi in 10 parole il concetto tecnico più rivoluzionario della preparazione atletica nel basket.

“L’allenamento della forza. In tutte le sue espressioni, dalla forza esplosiva all’aspetto pliometrico, e in tutti i suoi risvolti: neuromuscolare, biomeccanico. E’ un concetto fondamentale, che tutti pensano di conoscere e di capire con corsi di una settimana o di un mese. Io sono 40 anni che lo studio e ancora non ho finito di approfondirlo. Ma come diceva Socrate, il vero saggio dice ‘So di non sapere’. Chi crede di sapere tutto invece, spesso non sa proprio niente”. 

E vai coi siluri… Allora parliamo del ruolo del preparatore. Io l’ho sempre visto come un farmacista col bilancino di precisione, attentissimo a dosare i carichi di lavoro. E’ una sensazione giusta oppure ho detto una stronzata?

“Hai detto una stronzata”. (E ti pareva, mai una gioia. NdE). “Il farmacista col bilancino può essere un’immagina valida per l’atletica. Ma in uno sport di situazioni come il basket, posso eseguire tutto benissimo e poi perdere con un tiro da metà campo. E il bilancino va a farsi fottere. Nel basket il preparatore dev’essere il braccio sinistro dell’allenatore, mentre il braccio destro è l’assistente. Il sinistro aiuta il destro, ha un ruolo importante, ma per un destrorso non è fondamentale. Lo diventa nel momento in cui si integra col braccio destro e con la testa, che è il capo allenatore. Il preparatore dev’essere un metodologo, molti oggi non conoscono bene la metodologia dell’allenamento e credono che studiarla sia una perdita di tempo. Invece è  la base, come la Bibbia per chi intraprende la carriera ecclesiastica. SI può pensare di diventare Cardinale o Vescovo senza conoscere la Bibbia? Ecco, uguale. In più, le conoscenze di metodologia bisogna trasmetterle all’allenatore. Io ho discusso con allenatori anche di altissimo livello in A1, che metodologicamente facevano lavori sbagliati. Tipo allenamenti ad alta intensità e grande quantità a ridosso della partita. Si trinceravano dietro a un ‘Ho sempre fatto così’, oppure ‘In tanti fanno così’. Io replicavo: proprio per questo noi non dobbiamo farlo, seguiamo la linea metodologica più sensata e vinceremo più partite. Una volta un mio assistente mi disse: Prof., ma lo sai che in giro per l’Italia nessuno fa il lavoro che facciamo noi sulla forza? E io: bravo, chiediti perché noi qui a Teramo ogni anno ci salviamo con un budget risicato e magari riusciamo a battere Roma, Milano o Treviso. Non bisogna seguire ‘mode’, ci sono principi dell’allenamento che sono sempre validi. Poi è chiaro, innoviamo e sperimentiamo, ma sempre seguendo il criterio della scientificità. Durante il riscaldamento, per dire, vedo ‘balletti’ che mi fanno ridere. Pare che vadano di moda. Noi però dobbiamo fare scienza, non fantascienza”.

Fatti qualche nemico: quale dei tuoi atleti ti smuove più emozioni? Basket e/o atletica, scegli tu.

“Atletica: sicuramente Andrew Howe (NdE: ex-campione europeo di salto in lungo, ancora oggi primatista italiano della specialità, poi passato alla velocità), col quale ho collaborato per dieci anni, da quando lui ne aveva 15. Poi Larissa Iapichino (NdE: la figlia di Fiona May, vice campionessa mondiale e campionessa europea indoor di salto in lungo) e Mattia Furlani (NdE: campione del mondo sempre di salto in lungo). Tutti e due ragazzi che ho visto crescere, ho splendidi rapporti anche coi loro genitori. Basket: faccio difficoltà a citarne solo alcuni, li ho curati tutti con la stessa passione. Se proprio devo fare un nome, dico Mario Boni. Mario più che farmi battere il cuore mi faceva venire le palpitazioni. Era molto particolare, sprigionava tanta di quella adrenalina, caricava il pubblico… In ogni momento potevi aspettarti di tutto. E dava sempre il 101%., anche in allenamento, nonostante abbia giocato con noi a Teramo dai 39 ai 41 anni. A quell’età, in due stagioni ha saltato solo due partite”.

A proposito, che ricordo (o rimpianto) hai dei 10 anni di A1 a Teramo?

“Rimpianti, nessuno. Mai avuti, perché vivo il presente con consapevolezza ed emozione. Di rimpianti vivono gli sfigati (dice proprio così, NdE), io vivo di bei ricordi e di storia vissuta. Sono stati 10 anni stupendi, di altissimo livello. Io poi ero col Teramo Basket fin dalla B2. Sappiamo tutti com’è finita, per una città come Teramo reggere la A1 non è semplice. Ma non siamo mai retrocessi sul campo. Col senno di poi, forse avremmo dovuto accettare la ricollocazione in A2. E se non avesse chiuso i battenti lo sponsor Banca Tercas, non so se saremmo spariti. Anche la partecipazione ai preliminari di EuroCup (vinti) ci costò molto in termini di esborso finanziario, coi voli charter. Però vuoi mettere… siamo stati in Europa, abbiamo giocato col Galatasaray, con l’Alba Berlino alla 02 Arena davanti a più di 7 mila spettatori, a Mariupol in Ucraìna… Ed è bellissimo poter dire io c’ero. Ma c’ero anche quando siamo arrivato terzi in A1, quando abbiamo battuto la Benetton di Andrea Bargnani, quando ci siamo salvati vincendo a Montegranaro con 500 dei nostri al seguito. Questi sono ricordi indelebili, che resteranno sempre dentro di me. Di rimpianti neanche l’ombra. Consentimi una chiosa: riguarda il nostro comune amico Luca (NdE: Luca Maggitti, giornalista specializzato, rosetano). Allora: Luca dice sempre che nel basket tutto nasce o passa da Roseto. Voglio solo fargli notare che 10 anni di A1, un terzo posto in A1, una semifinale di Coppa Italia, la partecipazione all’EuroCup, aver avuto giocatori come J.C. Carroll, Peppe Poeta, Achille Polonara, David Moss, Tyrone Grant, sono tutte cose che ha fatto Teramo. Forse (NdE: sorride, sornione) è il caso di correggere un po’ il tiro e dire che nel basket ‘quasi’ tutto passa per Roseto”.

Hai lavorato con alcuni tra i migliori allenatori italiani in assoluto. Fammi la tua Top-five.

“No, la Top-5 non te la faccio. Venendo dall’atletica ti faccio il podio, ma senza distinzioni: tutti a pari merito. I miei tre allenatori preferiti sono stati Franco Gramenzi, Andrea Capobianco e Andrea Zanchi, tutti e tre  per motivi sia tecnici che umani. Poi è chiaro che grandi coach come Boniciolli, Pancotto, Ramagli, mi hanno dato tantissimo. E ancora Castorina, Piero Millina, Marco Schiavi, ma faccio prima a dire tutti, per me sono stati molto importanti. Sul podio però ci sono i tre che ho detto.  Infine voglio ringraziare Bruno Impaloni, perché è stato lui il primo a chiedermi di lavorare nel basket in un momento  in cui al basket non pensavo affatto. Nel 1988 mi corteggiò due settimane per convincermi a fare il preparatore atletico a Campli, non lo dimenticherò mai. Poi ci siamo persi di vista e su tanti aspetti le nostre idee non collimano, ma gli sarò sempre grato. Al contrario, molti miei collaboratori che hanno cominciato con me e poi hanno fatto carriere importanti non mi citano, come se invece di avere un ‘padre’  li avesse portati la cicogna. C’è gente che non sapeva neanche cosa fosse il basket, se non li avessi chiamati a lavorare con me avrebbero continuato a non saperlo. Io invece non dimentico chi è stato fondamentale per il mio percorso. Senza Bruno Impaloni, nel basket non avrei fatto quello che ho fatto”.

Toglimi una curiosità: ma se non lavorassi nella scuola, ti saresti dedicato a fare basket a tempo pieno in giro per l’Italia?

“Guarda, mi sarebbe piaciuto farti confermare questo episodio da Pierfrancesco Betti (noto direttore sportivo in molti Club di serie A, NdE), che non è più con noi. Dopo i primi tre anni di A1 a Teramo, quando Betti fu ingaggiato da Napoli, mi propose di andare a lavorare con lui. Parliamo del 2005, era la stagione in cui Napoli poi vinse la Coppa Italia. Mi offrirono 50mila euro. Ho riflettuto qualche giorno, ricordo che chiamai Franco Gramenzi per consigliarmi con lui. Ma avrei dovuto mettermi in aspettativa con la scuola, lasciare l’atletica, allontanarmi dalla famiglia. Ovviamente mi feci anche due conti sull’aspetto economico. Alla fine decisi di rifiutare. Però l’opportunità di fare il professionista a tempo pieno l’ho avuta e ci ho anche pensato seriamente. Sono convinto che se avessi accettato, una carriera in A1 me la sarei costruita. Credo di aver dimostrato non solo in serie A a Teramo, ma anche nell’atletica, come lavoro e che tipo di dialogo riesco a instaurare con gli allenatori. Forse avrei anche guadagnato di più. Ma come ti ho detto prima, non ho nessun tipo di rimpianto e sono felicissimo di com’è andata. Tra l’altro, se mi fossi dedicato solo al basket non avrei fatto tre Olimpiadi”.

Hai seminato i “germi” della tua scienza formando due preparatori giovani, rampanti e bravissimi, Marco Di Marco e Tommaso Marcone. Conoscendoti, questa per te è una bellissima medaglia. Sbaglio?

“Sciagurato, hai dimenticato Alex De Federicis! E anche tanti altri (NdE: chiedo venia ma non l’ho dimenticato, è che non sapevo fosse anche lui un allievo del Prof.). Marco Di Marco in realtà col basket sta mollando, è entrato nello staff della Federazione di Atletica e credo che seguirà quella strada. Tommy Marcone ha lavorato con te  (NdE: alle giovanili della BasketBall Teramo), quindi non devo dirti nulla, è chiaro che sono molto orgoglioso della carriera che sta facendo (NdE: in B2 a Matelica con Tony Trullo, poi a Latina in B1 con Gramenzi). Ma dobbiamo assolutamente aggiungere Alex De Federicis, preparatore delle Panthers Roseto in A1 femminile. Sta lavorando benissimo. Poi Scattolini, sempre alle Panthers ma nel settore giovanile, Davide Salvi, che lavora col Teramo Calcio, Francesca Giuliani, che collabora con De Federicis agli Amicacci di basket in carrozzina. Questi sono tutti ragazzi che mi rendono felice, perché continueranno a portare in giro la ‘buona novella’. Se non hai dei discepoli non puoi essere profeta, la dottrina prima o poi si esaurisce. Finito io, finito tutto. Invece questi giovani professionisti si sono formati metodologicamente in un certo modo, conoscono i punti cardine del lavoro, li applicano e ottengono risultati. Guarda Alex cos’è stato in grado di fare con le Panthers. All’inizio gli dissi: allenale come se fossero maschi, non ci sono differenze di gioco. Non hanno il testosterone, ma tu allenale come i maschi e vedrai che la forza arriva. Adesso guarda le ultime due stagioni delle Panthers (NdE: 2025 promozione in A1, 2026 semifinale scudetto) e poi dimmi se ti  sei fatto un’idea di come istruisce i suoi ragazzi  il Prof.”.

Questa del profeta coi discepoli mi mancava. D’altra parte la barba un’espressione ascetica te la dà. Voltiamo pagina, ma com’era la storia dell’Olimpionico con cui “litigavi” per motivi calcistici?

“Era quel ‘gobbo’ maledetto di Filippo Tortu (NdE: medaglia d’oro nella 4×100 alle Olimpiadi di Tokyo e primo italiano a scendere sotto i 10” nei 100 metri). Dopo aver vinto l’oro nella staffetta, la sera abbiamo festeggiato alla grande fino alle due di notte, stappando bottiglie e beccandoci gli insulti degli spagnoli che il giorno dopo dovevano gareggiare. Alla fine ci siamo ritrovati io e Filippo a prendere l’ascensore per tornare in camera. Io lo guardo e gli faccio: ‘Filì, sei fantastico. Hai un solo difetto, sei uno sporco juventino’. E lui: ‘Prof., se fossi stato interista non avrei vinto’. E io: ‘Filippo, ma vaffanculo’. In tutti questi anni ha continuato a mandarmi messaggi beffardi ogni volta che l’Inter perdeva, non ti dico dopo lo 0-5 col Paris Saint Germain”.

Adesso invece sorprendimi e confessami un segreto inconfessabile!

“Mmm, vediamo. Ti dico questa (è serissimo, NdE). Per un attimo, ma ti sottolineo solo per un attimo, mi è dispiaciuto quando il Milan e la Juventus non si sono qualificate per la Champions League. Non l’ho detto mai a nessuno e lo confesso ora, per qualche secondo -pur da interista- mi è dispiaciuto”.     

Più che inconfessabile direi imperdonabile. Ma vabbè. Ora dovrei chiederti com’è la tua donna ideale, ma sono sicuro che mi risponderesti “come mia moglie”. Quindi per favore adesso mi dici chi era la tipa -famosa oppure no- che da ragazzo ti toglieva il fiato.

“Il fiato già da ragazzo me lo toglieva mia moglie, ci siamo messi insieme che io avevo 17 anni e lei 16. Sono arrivato per la prima volta al Campo-Scuola, ho visto 4-5 ragazze che correvano e ho detto: ‘Mi piace quella, mi metto con leì’. Però ti confesso che da giovane, a 19-20 anni, quella che mi piaceva di più era Loredana Bertè. Quando ero in Fiamme Gialle, lo sa anche mia moglie Paola, avevo in camera una gigantografia della Bertè vestita da suora, la tonaca leggermente alzata in modo da far intravedere appena la giarrettiera… Quella stanza la dividevo con Roberto Pericoli, attuale vice direttore tecnico della Nazionale di atletica. Ai tempi molti impazzivano per Gloria Guida o Stefania Sandrelli. A me piaceva Loredana: bella, pazzoide, era il mio tipo”.

Proseguiamo coi gusti personali. Cosa ti piace mangiare? Io veramente lo so già, ma i miei 25 lettori no. Dimmi tre cibi irrinunciabili, oppure un menù-tipo.

“Mi piace tutto. Però ti dico tre cose. 1) Arrosticini. Lo sai, un po’ di ‘rostellate’ insieme ce le siamo fatte. 2) Il risotto alla milanese che fa mia moglie. Lei cucina tutto benissimo, ma siamo stati per anni insieme a Milano e in quel periodo si è specializzata nel risotto. E’ squisito. 3) Da ragazzo, quando tornavo a casa la sera dopo l’allenamento di atletica affamato come un lupo, mia mamma mi faceva trovare tre o quattro gigantesche omelette che non so quante uova di mettesse, con dentro la mozzarella. Le divoravo”.   

Last question. Dove ti vedi tra 10 anni?

“Se sarò morto mi troverai al Campo-Scuola (ride, NdE),  perché mia moglie dice che è lì che disperderà le mie ceneri. Io però spero di essere ancora vivo e vegeto. Anzi, tra 10 anni vorrei essere come adesso, soprattutto dal punto di vista mentale. Ma soprattutto mi piacerebbe davvero tanto fare nel basket quello che sto già facendo nell’atletica. Ovvero mettere a disposizione la mia esperienza, lavorando per una Società dal punto di vista dello sviluppo, della ricerca, dell’innovazione, della sperimentazione, coordinando il lavoro sulla metodologia, sul recupero e sui rapporti con lo staff medico.. Nell’atletica questo tipo di lavoro credo di averlo fatto bene, se ancora sono lì e se tuttora si avvalgono delle mie conoscenze. Nel basket anni e anni di lavoro sul basket integrato e di collaborazione con allenatori di altissimo livello mi hanno insegnato tanto. Mi piacerebbe un incarico del genere  in uno sport di squadra, non necessariamente il basket. Sono convinto che anche nel calcio o nel volley potrei dare tanto. Sapete tutti che tipo di rapporti ho con le persone. Credo di essere empatico, ho competenza ed esperienza ma non sono uno che se la tira, so stare al mio posto, so fare lavoro di staff. Insomma lo vedo il ruolo giusto per me”.  

Per gli amici speciali c’è quasi sempre una quindicesima domanda fuori dal copione, che nel tuo caso è: ma quest’anno l’arrosticino-party non lo organizzi?

“Abbiate fede, l’arrosticino-party si farà, come ogni anno. Ci sarà anche mio figlio Lorenzo, che sta per diventare papà di due gemelli. Io una nipote già l’avevo, quindi diventerò nonno per la seconda e terza volta. Sarà un’occasione per festeggiare i ‘nuovi arrivi’, parola del Prof. ”. 

Hai capito Claudio, il colpo più a sensazione se l’era tenuto in canna

Claudio Mazzaufo, “Il Prof.”

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