
COACHING STYLE
Ashton Feldhaus
La prima volta che l’ho vista (ovviamente in foto) l’avevo presa per Sara Zanier. Si, l’attrice, che in effetti un po’ le somiglia. Poi l’ho messa a fuoco meglio. C’è un video, non metterò il link ora per non distogliervi dalla lettura, in cui Ashton Feldhaus cammina lungo la linea laterale seguendo l’arbitro e protestando. Direte: e che c’è di strano? Lo fanno tutti gli allenatori. Si, ma gli altri non indossano minigonna e tacchi e non hanno una cascata di riccioli biondi.
La Feldhaus viene da una dinastia da sempre legata al basket. Allenatore suo padre, allenatore suo nonno. Il papà ci aveva provato a dissuaderla: “Se vuoi fare i soldi veri, devi dedicarti a un’altra attività”. Ma lei aveva le idee chiare fin da bimba: “In quinta elementare mi chiesero cosa vuoi fare da grande. Risposi: l’allenatrice di basket”.
Nata a Richmond, nel Kentucky, una stangona di un metro e 88. A giugno ha compiuto 31 anni, beata lei. Bravina anche da giocatrice, ma ha smesso presto. Carriera da coach fulminea: prima High School, poi assistente in Ncaa donne, poi capo-allenatrice a Missouri a soli 29 anni. Quattro mesi fa ha firmato per McNeese State.
Fuori dal campo. Ashton è doctor Jeckyll: affabile, dolce, sorridente. “I’m relaxed”, dice di se stessa. In campo diventa mr. Hyde. Vive le partite con incredibile energia, urla come un ossesso, si inginocchia e si rialza di scatto nonostante i tacchi, ringhia come una belva contro gli arbitri. Alla sua nona partita da head coach è stata espulsa per proteste.
Filosofia tecnica? Sistema di attacco Princeton Offense, allenando la duttilità delle giocatrici. Criteri di reclutamento? Come quelli di Gregg Popovich: Ashton non vuole in squadra teste calde, fossero anche delle fuoriclasse. Lo spogliatoio? “Costruisco staff giovani, in modo che le giocatrici non siano intimorite e non abbiano problemi a rapportarsi con noi. Devono sentirsi a proprio agio, non voglio che abbiano la sensazione di camminare sulle uova”.
La frase che la descrive di più: “We’re blue-collar”, siamo colletti blu. Ovvero operai. Del talento si può fare a meno, il lavoro duro è il pane quotidiano.
Il video che dicevo prima? Eccolo qua: https://www.instagram.com/reel/DU4csjlkYCJ/, divertitevi.
