Giustino Danesi

Giustino, che dire. Per molti è il numero uno dei preparatori atletici in Italia. Io sono tra quelli. Ma io sono di parte: lo conosco da quando aveva 20 anni (lavorava già in serie B a Campli) e io 29. Sicuramente è il più titolato: nove scudetti, sette Coppe Italia e sei Supercoppe, tutto tra Siena e Milano. Mi prendo pure un piccolo merito in una certa fase della sua carriera: nel 1999, dopo diversi anni da professionista ad alto livello, il dott. Giustino Danesi De Luca aveva lasciato Livorno ed era tornato nella sua Teramo, per lavorare nello studio legale del padre. Scelta di testa, non certo di cuore. Allenavo l’Amatori Pescara in C1, davanti a un piatto di tortellini lo convinsi a venire da noi. Gli si riaccese la scintilla. Da Pescara (e Chieti donne) a Ferrara (promozione in A2), poi Sutor Montegranaro in serie A, poi Siena, parentesi alle Nazionali Giovanili, e infine per 12 stagioni all’Olimpia Milano di Giorgio Armani. Una carriera da sogno.

Giustino, domanda obbligata: te li ricordi quei tortellini?

“E certo. Ricordo che si trattava di conservare la C1 a Pescara, accettai la tua offerta nel finale di stagione, lavorammo insieme due mesi con grande entusiasmo e professionalità e ci salvammo. Bella esperienza”.

Immagino che vincere 9 scudetti sia come avere 9 figli, non puoi fare “kapanze”. Ma ce n’è uno in particolare che ancora ti mette le vibrazioni?

“Sicuramente il primo titolo italiano vinto a Siena è un ricordo straordinario. Poi il primo con l’Olimpia, allenatore Luca Banchi, quando riportammo lo scudetto a Milano dopo 27 anni. Ma è chiaro che sono tutti indimenticabili”.   

Tutti sanno che la tua preparazione tecnica è mostruosa. Ma la differenza poi la fa l’empatia. Quando hai scoperto che avevi un talento innato nell’affascinare le persone e nel farti ascoltare?

“Grazie del complimento! Oggi ad alto livello, con le regole del business che hanno imposto un aumento incredibile del numero di partite, i Club hanno reagito allargando gli staff. Quindi non solo coi giocatori, ma anche tra tecnici, è necessaria una grande capacità di entrare ‘dentro’ alle persone e di farsi ascoltare, usando molta sensibilità. Altrimenti si rischia di non riuscire a portare sul campo le competenze tecniche”.

Dedichi molto tempo all’aggiornamento?

“Giocando l’Eurolega l’aggiornamento arriva da sé, con la continua conoscenza di nuovi giocatori. Molti hanno il loro preparatore personale, o un intero staff che lavora ‘dietro’ allo staff del Club. Quindi si entra in contatto con microcosmi composti da molti colleghi eccellenti professionisti, coi quali c’è uno scambio continuo di opinioni e informazioni. Poi ovviamente ci sono lo studio e i clinic, ai quali mi dedico nella post-season. Io sono co-fondatore della ESCCA (NdE: Euroleague Strength and Conditioning Coaches Association), l’associazione dei preparatori fisici di Eurolega, che fa un meeting annuale. In quei tre giorni, che sia Atene, Praga, l’anno scorso a Torino, non ci si limita ai temi specifici delle lezioni, ma ci si immerge h24 in un confronto totale di esperienze”.

Io ho fatto due anni il vice in A2, tra l’altro non ero più giovanissimo, e ti confesso che il ritmo  allenamenti mattina e pomeriggio – partite in casa – partenza il sabato per le trasferte (talvolta con rientro il lunedi all’alba) – studio dei filmati – riunioni tecniche di staff e di squadra – notti passate a montare i video mi creava qualche imbarazzo nella pianificazione della giornata, considerando che qualche volta dovevo anche mangiare e dormire. Sono curioso di sapere come si vive quando a tutto questo si aggiunge, che ne so, una trasferta in Eurolega il mercoledi a Istanbul o a Madrid…

“Guarda, da 9 anni a questa parte, ovvero da quando l’Eurolega ha aumentato a dismisura il numero delle partite, i ritmi sono diventati infernali. Siamo oltre il limite della sostenibilità fisica, ma anche psicologica. Capita di giocare 4 partite in nove giorni, viaggiando da un capo all’altro dell’Europa. Personalmente a marzo comincio a svegliarmi la mattina e a non ricordarmi più dove mi trovo. Però dopo tanti anni subentra anche una certa abitudine a ottimizzare i tempi. Per riuscire a stare sempre sul pezzo, la gestione diventa adrenalinica. E quelle che oggi si chiamano ‘micro dosi’ di lavoro possono diventare determinanti per una buona performance”. 

Dimmi di Giorgio Armani. Com’era a conoscerlo di persona? Cosa ti diceva?

“Il ricordo che ho del signor Armani è straordinario. Ho lavorato 12 anni per l’Olimpia orgoglioso di poter dire che ero un suo dipendente. Ho avuto modo di conoscerne la signorilità, era un uomo dai valori etici altissimi. Ci è stato sempre molto vicino, nelle occasioni ufficiali o nelle cene magari veniva a sedersi con noi dello staff e sfoderava un grandissimo senso dell’ironia. E’ una persona che ricorderò sempre con infinito affetto e gratitudine”.

Descrivi con un flash di pochissime parole Simone Pianigiani, Luca Banchi ed Ettore Messina, i tre allenatori italiani più famosi con cui hai lavorato.

“Simone: grande capacità gestionale. Ettore E’ la pallacanestro. Personalità, storia, carisma, conoscenza, smodata attenzione ai dettagli. Luca: passione ed entusiasmo irrefrenabili. In questo lavoro per me Banchi è ‘il talento’. Un esempio tra i tanti, la inarrivabile capacità di programmazione”.

Nessuno di questi tre direbbe mai: “Questa è la pallacanestro”, pretendendo di possedere la verità assoluta. Tutti dicono: “Questa è la MIA pallacanestro”. Come si concilia col tuo: “L’atletica è una scienza esatta”? 

“La pallacanestro è in continua evoluzione. Tecnicamente il gioco si è velocizzato, e questo è molto impattante sulla parte fisico-atletica. Se n’è discusso molto nell’Nba ultimamente, riguardo al tema degli infortuni ricorrenti. Un basket così veloce, così atletico e quindi così esigente nel richiedere ai giocatori determinate ‘skills’ richiede che i giocatori abbiano determinate strutture fisiche. Il mio ruolo, ancora una volta, è quello di essere flessibile: adeguarmi al metodo di lavoro, alle esigenze del singolo giocatore e alle richieste del capo-allenatore. La parola d’ordine è versatilità”.

E invece il tuo rapporto con i dirigenti? Massimo Faraoni a Livorno, Ferdinando Minucci a Siena e dimmi tu chi dimentico.

“Sono stato molto fortunato, ho avuto figure dirigenziali di altissimo livello per competenza, professionalità, etica. Basti l’esempio di Faraoni, che ancora oggi sta facendo un lavoro eccellente in Federazione. Lui ha creato la cosiddetta scuola livornese, contribuendo alla formazione di tantissimi allenatori, preparatori e altre figure professionali, con la sua attenzione, i suoi suggerimenti e la sua presenza quotidiana sul campo. Tutte cose che temo si stiano un po’ perdendo, per le modifiche proprio strutturali all’interno dei Club nel basket di oggi. E’ un vero peccato”. 

Cosa fai in quelle poche ore al giorno in cui non lavori? La tua passione per il cinema è intatta?

“Tutti sanno che ho molti interessi per così dire artistici! Per me l’arte è vita, nel senso che ti aiuta a scoprire te stesso. Mi piace molto leggere, ho un bel progetto legato alla lettura insieme ad amici giocatori come Gigi Datome, Bruno Cerella e Pippo Ricci. Cerchiamo di far capire l’importanza che può avere la lettura nella formazione di un giovane atleta e di un giovane uomo, perché la lettura migliora il nostro linguaggio e fa emergere il nostro senso innato di libertà. Oltre ai libri tanto cinema e ovviamente musica”.

…E organizzi ancora i tuoi celebri meeting per affratellare giocatori che indossano canotte diverse?

(Ride). “I meeting purtroppo sono andati scemando con gli anni, per via della drastica riduzione del tempo a disposizione! Ma ti posso assicurare che nelle occasioni in cui ci si incontra, al bancone, una birra con addetti ai lavori o giocatori è sempre una splendida occasione per sublimare la fortuna di fare questo lavoro”

Cosa ti piace mangiare?

“Mi piace legare il cibo ai miei ricordi e ai miei sentimenti. Vivendo sempre lontano da casa, un maccherone alla chitarra con le pallottine o le ‘virtù’ sono i sapori delle mie origini, mentre un goulash con molta cipolla mi porta a Praga che è la mia città di adozione. Non ho un piatto particolare, ma tanti piatti collegati alle mie emozioni”.

Dove ti vedi tra 10 anni?

“Spero ovunque io sia felice di stare”.

Giustino Danesi

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