Italia-Urss, la “macchia”

Ho un vantaggio, rispetto a (quasi) tutti quelli che il 7 luglio hanno festeggiato il 50° anniversario della prima, storica vittoria della Nazionale Italiana sull’Unione Sovietica. E’ un vantaggio non da poco: io c’ero. E ricordo come fosse oggi  l’imbarazzo che provai.

7 luglio 1976. Non avevo ancora 18 anni e giocavo con le giovanili di Roseto. Ero sugli spalti, all’Arena 4 Palme, in gradinata ovest. Lato panchine, per intenderci. Con tutto l’entusiasmo di un 17enne innamorato del basket. Ma ero innamorato anche della verità. Come adesso.   

Era il 31esimo Trofeo Lido delle Rose, squadre partecipanti Italia, Urss, GIS All Stars e Ungheria. L’Urss era campione olimpica in carica. Lo squadrone del mio eroe Sergej Belov (Sergio Bianco…), Alexander Belov, Zarmuhamedov, il giovanissimo due metri e 20 Vladimir Tkachenko. In panchina una leggenda vivente, Vladimir Kondrashin. L’Arena 4 Palme era piena come un uovo, forse duemilacinquecento anime, forse più. Si favoleggia 4.000, ma l’Arena è quella e le leggi della fisica sono leggi della fisica.

L’Italia giocò bene, resse il confronto, andò sotto nel primo tempo ma rimontò già prima dell’intervallo. Pierluigi Marzorati era imprendibile, Luciano Vendemini tenne botta contro la terrificante batteria dei lunghi sovietici, Iellini e Bariviera (nella foto) segnarono punti pesanti. Ma questa è la storia che raccontano tutti.

Invece, di quella sera del 1976 a me è rimasta impressa in modo indelebile un’altra scena. Pochi minuti alla fine, punteggio in bilico, tutta la Nazionale Sovietica ferma. Per una ventina di lunghissimi secondi, gli uomini in maglia rossa si rifiutarono di riprendere il gioco. Coach Kondrashine era in campo, a protestare -civilmente, ma fermamente- con gli arbitri. Sergej Belov muto, mani sui fianchi, immobile come una statua. Fissava gli arbitri senza parlare, ero abbastanza vicino al campo da poter distinguere il suo sguardo di ghiaccio.  

Cos’era successo? Semplice: quattro o cinque fischi consecutivi sballati, a favore dell’Italia, in un momento decisivo della partita.

A ogni chiamata arbitrale mi chiedevo ma… com’è possibile? Al terzo fischio che palesemente danneggiava l’Urss pensai: vabbé, ce la vogliono far vincere. Quando i rossi si fermarono, dissi tra me e me: hanno ragione. E badate che il mio amore per gli azzurri era sconfinato. Forse non era solo una protesta. Forse i sovietici, in quei 20”, meditarono veramente di abbandonare il campo e andarsene. Invece si riprese a giocare e finì 84-80 per noi.

Gli arbitri erano due “monumenti” del basket italiano, Giancarlo Vitolo e Gian Matteo Sidoli. Quest’ultimo una quindicina di anni dopo ebbi anche occasione di conoscerlo, perché si era stabilito in Abruzzo. Vitolo quattro anni dopo fu designato per le Olimpiadi di Mosca.

Non posso -ovviamente!- dire che ci fu l’intenzione di indirizzare la partita. Ma posso dire quello che ho visto: la prima, storica e celebratissima vittoria dell’Italia sull’Urss fu condizionata da un arbitraggio sbilanciato a favore dell’Italia.  

Si lo so, sono il solito rompiballe, vecchio bisbetico, bastian contrario. Ma questa rubrica si chiama “Contromano”, non  “Seguo la corrente”. E se avessi voluto fare un Blog allineato e politicamente corretto, l’avrei chiamato “Tranquilli, avete ragione. Lo strano sono io”. 

Italia-Urss, la “macchia”

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