
Tutto può succedere (2.)
Seconda infornata di imprevisti, stranezze e anomalie che possono capitare a livello giovanile. Anzi, non “possono” capitare: succedono proprio. Come nella prima parte, sono tutti avvenimenti reali.
CHI VA A ROMA… – Perde la poltrona! Me lo ripeteva sempre mio padre quando da ragazzino, se mi alzavo da tavola, lui mi nascondeva la sedia. Ora capisci i miei traumi giovanili. Allora: giochi i primi due quarti, c’è l’intervallo, vorresti rientrare in spogliatoio, come da prassi. Ma hai fatto male i conti. L’impianto ospita 11-12 discipline diverse. C’è il volley, il calcio a 5, il pattinaggio, la ginnastica ritmica, il pugilato, la danza, le freccette, il nuoto all’asciutto, il salto delle pulci ammaestrate e non so quale altra diavoleria. Così non è raro che quando rientri alla fine del primo tempo, trovi lo spogliatoio occupato da un’altra squadra. Quando mi è successo la prima volta, ero incazzato nero coi miei per come avevamo giocato i primi due quarti e volevo attaccarne qualcuno al muro. Così loro si sono salvati dallo “shampoo” e io ho triplicato l’incazzatura. Però almeno ho capito perché le altre squadre spesso non provano nemmeno a rientrare, il briefing di metà gara lo fanno direttamente in campo. Basta saperlo, uno si adegua.
GRUPPO VACANZE – C’è un concetto che molti genitori non capiscono manco se gli metti i sottotitoli sulla pagina 777 di Televideo. La partita in trasferta NON E’ una gita turistica. Quella che va a giocare è una squadra e come tale deve comportarsi. Quindi ci si trova tutti insieme, nello stesso posto, e si parte tutti insieme, alla stessa ora. Ovviamente il problema si pone perché a livello giovanile c’è bisogno della collaborazione dei genitori per andare in trasferta. Ma quella collaborazione te la fanno pagare cara. Qualcuno scopre dentro di sé una insospettabile vocazione da Tour Operator: “Andiamo a visitare l’abbazia, poi veniamo al campo”. “Partiamo al mattino e pranziamo fuori”. “Facciamo un’altra strada, ci facciamo trovare direttamente lì”. Oh, hai voglia a spiegarglielo. Non c’è verso. Altri invece sono specialisti nelle variazioni dell’ultimo momento: “Arriviamo con 10 minuti di ritardo”. “Passiamo a prendere la zia”. “Scusate, non è che possiamo partire da piazza Garibaldi anziché da corso Cavour? Ci resta più comodo”. Costruire una mentalità di squadra anche attraverso i dettagli tipo la partenza per le trasferte? Pia illusione.
LA MAMMA E LA PATRIA – Quando cominci una partita in 10 e la finisci in 9, può essere per due motivi. O uno dei tuoi si è infortunato, oppure è stato espulso. Io però conosco anche una terza eventualità: i “motivi di famiglia”. Non scherzo, mi è successo davvero. Stavamo giocando in casa, partita punto a punto. Era il terzo quarto. Di colpo una mamma -degnissima persona, a scanso di equivoci- viene giù dagli spalti, si avvicina alla nostra panchina e comincia a fare ampi gesti al figlio. Sulle prime non me ne accorgo, concentrato come sono su ciò che accade in campo. Ma Gigetto (uno dei migliori della squadra, in quel momento però era fuori) viene da me e mi fa: coach, scusa ma me ne devo andare. Strabuzzo gli occhi, incredulo. Poi vedo la signora attaccata al telefono, visibilmente agitata, che continua a chiamare il figlio: “E’ importante, è un’emergenza!”. A malincuore faccio l’unica cosa possibile, chiamo l’arbitro e gli spiego la situazione. Gigetto viene autorizzato seduta stante a lasciare il campo. Anzi, l’impianto. La mamma è come la patria, quando chiama bisogna andare. Vabbè se chiama la mamma sì, sulla patria la penso un po’ diversamente. Ma questo è un altro argomento. Ah, la partita? Per fortuna la vincemmo.
MA NON SI PARLANO? – Anni fa allenavo una Under 15. Una mattina, per un problema di orari, in società mi dicono che devo anticipare l’allenamento di 20 minuti. Subito scrivo sul gruppo Whatsapp della squadra: “Ragazzi oggi ci alleniamo alle 16:40 anziché alle 17. Scusatemi per il poco preavviso, ma me l’hanno comunicato ora”. Ingenuamente mi illudo che sia tutto a posto. Invece dopo qualche minuto si scatena l’inferno.
Su un altro gruppo, quello dei genitori (ero stato incautamente inserito anche lì), parte la rivolta delle mamme. “Perché non siamo state avvisate dello spostamento?!”. “Come mai l’allenatore ci ha tenuti all’oscuro?”. “Le famiglie devono essere avvisate delle variazioni di orario!”. “E perché il coach non risponde?”. Al primo messaggio lascio perdere. Al secondo pure. Al quinto cominciano a girarmi vorticosamente le balle come le pale di un elicottero. Prendo il telefono e rispondo più o meno così: “Care mamme, non sapevo che voi e i vostri figli non vi rivolgete la parola. Quindi scusate tanto se ho pensato che all’uscita da scuola avrebbero letto il mio messaggio e magari a pranzo vi avrebbero informate. In ogni caso sappiate che se ho scritto a loro e non a voi, è perché uno dei miei obiettivi didattici è proprio quello di formare soggetti pensanti e autonomi, che non dipendano in tutto e per tutto dai genitori”.
Due giorni dopo, il direttore sportivo mi comunica che i genitori della squadra Under 15 hanno chiesto un incontro con me. Non so se ti conviene, gli dico, perché a voce gliele canto peggio che per telefono. Invece è il caso che lo facciamo, risponde lui, almeno la cosa si chiude. Altrimenti continuano a lamentarsi su Whatsapp fino alla fine della stagione. Bene, e riunione sia.
SFIDA ALL’OK. CORRAL – Quando siamo seduti attorno a un tavolo io e una dozzina di mamme e papà, li guardo tutti negli occhi e metto subito le cose in chiaro. “Faccio tre premesse”, gli dico. “La prima è che pensavo di allenare l’Under 15, non l’Under 6”. E già sento un papà che bofonchia tra sé e sé: mmm, qui partiamo male… “Premessa numero due: le persone a cui ho raccontato che avete fatto tutto ‘sto casino per 20’ di anticipo dell’allenamento si stanno ancora contorcendo dalle risate”. Brontolii, sguardi inferociti, tensione. “Terza e ultima premessa”, concludo, “nei posti dove ho allenato prima di venire qui i genitori non sapevo nemmeno che faccia avessero. Premesse terminate, ora ditemi pure”.
Arrabbiatissimi con me, mi espongono le loro ragioni. Capirai che problemi. Tipo: e se quel giorno per punizione avessi tolto il telefono a mio figlio? Non avrebbe potuto leggere. Oppure: sono io che accompagno mio figlio in palestra, quindi se c’è una variazione lei la deve comunicare a me. E via di questo passo. Nessuno e dico nessuno in grado di spiegarmi cosa impedisse ai ragazzi di dire: papà (mamma), oggi devi accompagnarmi all’allenamento 20 minuti prima. Evidentemente il problema dell’incomunicabilità tra adulti e adolescenti è proprio grave. E poi il capolavoro: “Mio figlio lo gestisco io”.
Tutto sommato era la considerazione più sincera. Equivaleva ad ammettere che in fondo si trattava solo della volontà di avere tutto sotto controllo. Com’è finita? Malissimo. Ai genitori non piacque molto la mia riflessione finale: “Ora mi spiego perché in allenamento i ragazzi alla terza spiegazione capiscono al volo”.
(2. Fine. Forse).
