
CINICO BLUES
Fregati due volte
Quando avevamo 15 anni, impazzivamo per le nostre coetanee. Ma loro non ci filavano neanche di striscio. Frequentavano quelli di 19-20, le maledette. Ignoravano noi e si fidanzavano coi “vecchi”. Fà che passi qualche anno, ci consolavamo noi, e ci rifaremo alla grande. Quando ne avremo 18-19, le quindicenni più belle saranno tutte nostre. Com’è, come non è, a 18 anni ci siamo arrivati. Ma nel frattempo le ragazze avevano cambiato target. Ora che noi eravamo cresciuti, le tipe avevano cominciato a frequentarsi coi loro coetanei. O addirittura con quelli più piccoli: non era poi così raro vedere una quindicenne con uno di 13. Schiumavamo rabbia, altro non potevamo fare. Qualcuno ci ribattezzò “la generazione fregata due volte”.
Dev’essere destino. Perché sapete che c’è? La storia si sta ripetendo tale e quale. In tutt’altro settore della vita, ma stiamo rivivendo quell’incubo. Quando eravamo piccoli noi, gli adulti ci fulminavano. A mio padre bastava uno sguardo, uno solo, per farmi venire i brividi lungo la schiena. Mia madre era più esperta in comunicazione, invece di usare le occhiatacce mi attaccava al muro con le parole. Quando eravamo soli. Ma un paio di volte l’ho fatta fuori dal vaso in pubblico, cosa per lei intollerabile. Così entrambe le volte non si è persa in chiacchiere, mi ha colpito direttamente sulla guancia a mano aperta. La vergogna faceva molto più male dello schiaffo.
Ve ne dico un’altra. Alle elementari, chi sgarrava veniva “convocato” vicino alla cattedra e beccava 10 bacchettate. Alcuni miei compagni, quelli che le prendevano più di frequente, si strofinavano una cipolla sul palmo delle mani. Pare che facesse da anestetico.
Ancora: le raccomandazioni dei nostri genitori erano tutte in direzione del rispetto verso gli adulti. “Dà del lei alla Professoressa”. “Vai a salutare gli zii”. “Dà un bacio alla nonna”. “Non alzare mai la voce quando parli con me”. Se un adulto esagerava, dovevamo essere noi quelli comprensivi. Papà faceva il duro? La mamma lo proteggeva: “Tuo padre è fatto così”. “E’ il suo modo di dimostrarti affetto”. Azz…, pensa se mi voleva male! Non parliamo della scuola: “Rivolgiti sempre con rispetto agli insegnanti”. “Hai preso 2? Fatto bene!”.
Anche in questo caso pensavamo: vabbè, è lo scotto da pagare adesso che siamo piccoli. Poi dopo, da grandi, il coltello dalla parte del manico ce l’avremo noi. Non sapevamo ancora che stavamo per diventare la generazione fregata 4 volte.
Quando eravamo adolescenti, gli adulti dominavano. Ora che siamo adulti, comandano gli adolescenti. Fare il genitore è diventato faticosissimo, tutto il santo giorno a obbedire ai figli. Uno studente prende due. “Tranquillo, ora papà va a spaccare la faccia a quella merda del professore”. Il “branco” violenta una ragazza dopo averla drogata. “Bé hanno esagerato un po’. Ma senza cattiveria. Chi di noi non ha fatto qualche cazzata, da giovane?”. Un quindicenne accoltella un coetaneo. “Mio figlio è un bravo ragazzo, gli è partita un po’ la brocca, ma l’altro poteva almeno provare a schivare il colpo”.
Ma quello che mi fa incazzare di più sono le balle sulla comunicazione. Nello sport, uno dei concetti che vanno per la maggiore è: “I ragazzi di oggi sono diversi, hanno altre esigenze, altri codici, vanno trattati in tutt’altro modo”. Thanks to the dick. No, troppo volgare. Facciamo discovery of the hot water. TUTTE le generazioni sono diverse da quelle precedenti. Quello che non ho capito è perché noi dovevamo rispettare, assecondare, obbedire, adeguarci, mentre questi qui hanno pieno titolo ad essere accontentati e assecondati.
“Non sono abituati a sentirsi spiattellare in faccia cosa non va”, dice Mattia Largo, capo del settore giovanile della Virtus Bologna. Non sono abituati?! Non sanno proprio cosa significa! Un mio ex-giocatore, poi diventato un luminare a livello internazionale di odontoiatria estetica, tempo fa è intervenuto su queste pagine. Grande onore per me. Sosteneva la tesi che allenatori come Ettore Messina e Zeliko Obradovic, mostruosamente bravi sul piano tecnico, sarebbero però superati perché non hanno aggiornato il loro modo di comunicare coi giovani giocatori. Quindi un mostro sacro della panchina, col curriculum infinito e decine di titoli vinti, deve adeguarsi ai 18enni. Non viceversa. Non sposerò questa tesi neanche se mi fanno un elettrochoc.
Altro “caso”. Fabio Pisacane, allenatore del Cagliari Calcio, ha ricevuto molti consensi per le sue teorie sulle strategie di comunicazione coi giovani calciatori. Prima ha frequentato un corso sulla Generazione “Z” (sarebbero i nati tra il 1995 e il 2010, chissà perché li chiamano così. Ma soprattutto chissà che cakkio c’entrano quelli di 16 anni con quelli di 31). Poi ha tirato le somme. “I giovani di oggi sono diversi”. Ma va? Chi l’avrebbe mai detto. Ti do una notizia, Pisaca’: “diversi” non significa con diritti illimitati e nessun dovere. “I rinforzi positivi sono più potenti dei rimproveri”. Grande scoperta: è scritto su tutti i manuali di psicologia e pedagogia. “Con loro non si devono alzare muri, ma costruire ponti”. Geniale! Non l’avevo mai sentita. “Se io mi rivolgessi ai miei giocatori come i miei allenatori si rivolgevano a me quando giocavo, non otterrei nulla”. E ci risiamo: è il professionista 40-50enne che deve adeguarsi al piscialletto, mica il contrario. “I giovani oggi hanno alti e bassi di umore, si esaltano in fretta ma si deprimono con la stessa facilità”. Perfetto: e noi che facciamo? Diamo per scontato che i ragazzi siano emotivamente instabili, come se fosse una cosa normale. Io comincerei col chiedermi perché mai un ventenne che fa sport dovrebbe sentirsi depresso. A quel punto magari si potrebbe intervenire sulle cause.
L’unica considerazione di Fabio Pisacane che per me ha un fondamento: “E’ bene usare molto le immagini, visto che i giovani sono immersi nella tecnologia e molto sensibili all’approccio visivo”. Già. Se non fosse che nel basket, da almeno 30 anni a questa parte, ogni squadra fa due-tre sedute video alla settimana. C’eravamo arrivati ancora prima che i ragazzi si rincoglionissero con gli smartphone.
