Coach Righi viene da Voghera, la città delle casalinghe. Ha 35 anni, beato lui. Ha pure il faccino da bravo ragazzo. Ma se si scarta la confezione, si scopre che dentro c’è un uomo determinato e vincente. Per fare l’allenatore professionista ha chiuso in un cassetto la laurea in Ingegneria, non so se mi spiego. E’ arrivato alle Panthers Roseto due anni fa, e al primo colpo ha centrato subito la promozione in A1. La stagione successiva, da neopromossa, la squadra ha fatto un altro campionato da gesumarìa, arrivando alla semifinale scudetto. Risultati sempre molto superiori alle attese, tanto che Roseto si è accesa con incredibile entusiasmo per il basket femminile. In questi casi si parla dell’allenatore come “architetto” del progetto vincente. Simone è ingegnere ma fa lo stesso. Gli sparo addosso le 14 domande, come da prassi alcune sono fastidiose. Ma lui non fa una piega. Anzi, la cosa più impertinente me la dice lui rispondendo alla domanda numero 4. Me la pagherà.

Partiamo subito dalla fine: dopo questi due anni strepitosi, andrai saggiamente a monetizzare da qualche altra parte o ti farai prendere dai sentimentalismi e rimarrai a Roseto?

“Da quando sono venuto via dal nord, ho lavorato sempre in posti di mare. Prima in Sardegna, poi a Roseto. Per cui, o salta fuori qualche piazza di A1 dove c’è il mare,  oppure rimango a Roseto ancora per un bel po’… Scherzi a parte, il prossimo anno sarò sicuramente ancora qui. Dopo la promozione in A1 avevo firmato un biennale, non legato ai risultati ma proprio come idea di continuità. Il progetto è creare qualcosa di importante che duri nel tempo, quindi è giusto che rimanga”.

Ti è mai balenato in testa che potevi arrivare in finale e magari vincere lo Scudetto?

“Guarda, a pensarci adesso mi rode ancora, ci ho messo un bel po’ a riprendermi. Sicuramente arrivare in finale sarebbe stata una cosa enorme, vincere lo scudetto ancora di più. Ma noi eravamo lì, almeno per una gara 3. La differenza è stata minima (NdE: -3 a Venezia, -1 a Roseto). Ma le grandi squadre si vedono anche da questo, rimanere freddi e lucidi nei momenti importanti. Venezia è stata più lucida di noi nell’arco delle due partite. Però brucia, brucia tanto, perché eravamo a un passo dall’andare a giocarcela in gara 3.   

A quale delle tue Pantere sei più legato/affezionato? Ti ricordo che questo è un Blog politicamente scorretto, quindi non puoi rispondere “a tutte”.

“Se non posso dire a tutte dico a tante. Ma quella a cui sono più affezionato è senza dubbio Giulia Moroni, perché ci lega un’amicizia di anni. Ci siamo conosciuti quando eravamo a Broni, è venuta a Roseto per riscattare le ultime stagioni che non erano state molto positive e lo ha fatto. Mi dispiace veramente tanto per l’infortunio che ha avuto (NdE: rottura parziale del tendine d’Achille), perché meritava di godersi la semifinale da protagonista in campo, non da spettatrice”. 

Chi invece ti ha fatto perdere più capelli in questi due anni?

“Tu lo sai bene come a ogni stagione ci fanno perdere i capelli, eh? (ride). Senza alcun dubbio la più rompiscatole è stata Beatrice Caloro, ma anche in senso buono. Invece quella che più mi ha fatto disperare, Patricia Bura. Pat, se leggerai questo Blog, ricordati: behind the defense!”.

Conoscevi Roseto come ambiente? Il palazzo, i tifosi, i personaggi tipici, la stampa…

“Assolutamente si. Conoscevo l’ambiente, il calore dei tifosi e quanto il basket fosse ‘storico’. Arrivato qui ho conosciuto anche i personaggi più caratteristici. Di Roseto non posso che parlare bene, perché è un posto che ti motiva e ti sprona ogni giorno a fare meglio. Poi, è vero, ci sono molte persone che tengono a dire la loro. Ma questo non è un problema, aiuta ad allenare la pazienza e il modo giusto per far ‘passare’ le proprie idee”.

Che tipo di allenatore sei? Incazzoso, esortativo, sergente, fratello maggiore…

“Da allenatore ho varie personalità. Sicuramente sono esigente. Avendo la mentalità da ingegnere, sono preciso e tendo a curare molto i dettagli. Posso definirmi trascinatore, nel senso che spingo le mie squadre a dare sempre il 200%. Incazzoso? Quando serve, spesso con gli arbitri”. 

Sintetizza le tue priorità e i tuoi obiettivi quando alleni. Insomma quella che comunemente viene definita filosofia tecnica.

 “Non amo la pallacanestro legata alle esecuzioni. Preferisco un basket fatto di  ‘read and re-up’,  attaccando nei primi secondi dell’azione e ad alto ritmo quando è possibile. Mi piace prendere vantaggi dalle letture, assecondando le caratteristiche delle mie giocatrici. Non ho un sistema di gioco preferito, nel senso che non gioco -che so- solo pick n’roll o solo Princeton Offense. Il sistema dipende dalle giocatrici, ogni anno cerco sempre di adattarmi a quello che ho a disposizione. Dò grande importanza all’aspetto difensivo, soprattutto ai dettagli che possono fare la differenza. Quindi a come difendere sulle caratteristiche individuali delle avversarie e sulle varie situazioni di gioco. Cerco sempre di costruire una squadra che abbia equilibrio e che sia ‘pensante’, ovvero che nel corso della stagione riesca a individuare in autonomia le situazioni di vantaggio da esplorare, la ‘chiamata’ giusta, le scelte più adatte”.  

Ti vedremo alla maschile un giorno?  

“Ci sono già stato. Tre anni a Cernusco sul Naviglio, allenando i gruppi giovanili di Eccellenza e facendo l’assistente in C Gold. Seguo molto la maschile, negli ultimi anni non sono più riuscito a vedere l’Nba ma adoro l’Eurolega. Allenare ai massimi livelli la femminile mi piace, perché si può sperimentare tanto. Si possono anche usare le stesse cose che si fanno nella maschile, anche se l’atletismo non è uguale e quindi i vantaggi vanno utilizzati in modo diverso. Però si, mi piacerebbe assolutamente allenare la maschile. Ma solo a livello senior e professionistico, coi ragazzi impazzisco perché sono stupidi e senza neuroni” (NdE: letterale! E ti credo, mica sono tutti eroi). .

Il tuo assistente, Giovanni Montuori, 15 anni fa è stato mio giocatore. E’ ancora così scaltro anche da allenatore?

“Ah, Giovanni è il mio braccio destro insostituibile, è una fortuna averlo come assistente. E’ come se fosse un altro capo-allenatore insieme a me, è il numero uno”.

Il tuo team manager, Giorgio Pomponi, mi rompe le scatole dal 1982, tanto che un paio di volte ho dovuto anche menarlo. Come lo sopporti?

“Guarda, oltre a lavorare insieme siamo anche vicini di casa e andiamo molto d’accordo. Considera che io in campo sono preciso e puntuale, ma fuori sono una persona molto sbadata, capace di combinare qualsiasi disastro. Quindi avere accanto un tipo saggio e tranquillo come Giorgio è molto utile. Mi sa che è più lui che sopporta me”. (NdE: per questa risposta suppongo che coach Righi abbia ricevuto una mazzetta dal team manager).

La laurea in ingegneria resterà appesa al muro o prima o poi la userai?

“In passato l’ho usata. Poi però ho lasciato lo studio nel quale lavoravo per tentare la carriera dell’allenatore professionista. Non so se in futuro farò l’ingegnere, ma se ne avrò il tempo vorrei prendermi una seconda laurea. Stavolta in Ingegneria gestionale, perché è un settore che piace moltissimo”.

Descrivimi la tua donna ideale…

“L’ho trovata! E’ Martina, la mia ragazza. Innanzitutto perché ha le caratteristiche fisiche che preferisco: mora, begli occhi, bel corpo, altezza giusta per me. Poi perché è una giocatrice di pallacanestro, quindi condivide la mia stessa passione. Ma soprattutto è la mia donna ideale perché mi sopporta e mi sostiene, non mette pressione, mi lascia la libertà di fare quello che mi piace. E’ bello avere a fianco una persona così”.

Adesso invece dimmi tre cose da mangiare per le quali faresti follie.

“Vado matto per i risotti. Mi piace molto la pizza, però quella rigorosamente napoletana. Poi impazzisco per le uova ripiene, posso mangiarne quantità incredibili”.

Dove ti vedi tra 10 anni?

“Sono ambizioso, spero di allenare ai massimi livelli. Maschile o Femminile, in Italia o all’estero, non importa. Ma in ogni caso costruendomi una solida base economica, per conciliare la carriera col progetto di metter su famiglia con Martina”. 

Simone Righi

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