
PUNTI DI VISTA
Gli dèi, parte II
Do you remember gli dèi del basket? Sono quegli esseri dispettosi che si divertono a seminare chiodi sulla strada degli allenatori. Dall’alto dell’Olimpo spìano nei palasport, lanciano i loro strali e alla fine sghignazzano alle spalle del coach. Ecco una seconda carrellata di dispetti tipici.
BABELE. In settimana si preparano gli adattamenti difensivi sui giochi della squadra avversaria. E’ una parte importante del piano partita, dietro c’è un lavoro pazzesco. Gli assistenti divorano filmati su filmati del prossimi avversari, individuano gli attacchi più pericolosi, poi relazionano al capo allenatore. Al termine delle riunioni di staff, il piano difensivo è pronto: in questa situazione facciamo così, in quest’altra facciamo cosà, se fanno “A” noi facciamo “X”, se fanno “B” facciamo “Y”. Il venerdi si prova tutto agonisticamente. Il sabato si mostrano alla squadra i filmati e si ripassa “camminando”. La domenica riunione alla lavagna. Tutti hanno tutto ben chiaro. Almeno così credi tu, povero illuso. Ma quando finalmente si gioca, alla prima occasione la squadra fa l’esatto contrario di quello che era stato meticolosamente preparato. Tu dovevi fare così! No, eri tu che dovevi fare cosà! Fiato alle trombe di quelli che sostengono la tesi “Gli allenatori complicano il gioco invece di semplificarlo”. Piccolo particolare: sono gli stessi che se invece non ti prepari diranno: “La squadra non era pronta”. Intanto lassù gli dèi ridono. Al confronto, chi creò il caos confondendo i linguaggi mentre si costruiva la Torre di Babele era un dilettante.
LOGORROICI. Ci sono giocatori che parlano troppo. Altri che non parlano mai. Ma la categoria più numerosa è quella dei giocatori che parlano quando non devono e stanno zitti se devono parlare. Nella fascia d’età a cavallo tra Under 15 e Under 17 abbondano i chiacchieroni. Magari due o più di loro vanno a scuola insieme, poi studiano insieme, poi vengono all’allenamento insieme. Che minchia avranno da dirsi durante l’allenamento dopo che hanno cominciato la giornata fianco a fianco alle 8 del mattinoresta un mistero. Eppure non possono fare a meno di bisbigliarsi all’orecchio segreti di stato o di scambiarsi riflessioni di alta filosofia. Il bello è che poi, quando c’è davvero bisogno di parlare per esigenze tecniche (chiamare un blocco, un cambio, un tipo di difesa), improvvisamente perdono la favella. Muti come pesci. Anche a livello senior mi sono capitati molti logorroici. Uno in particolare, aveva un sogno: parlare lui nei timeout al posto mio. E’ rimasto un sogno, ovviamente. Un altro, stessa risma, una volta si offese con me: pretendeva di tenere lui la riunione tecnica nell’intervallo. Se la prese perché glielo avevo brutalmente impedito.
GLI SC(H)EMI. Una roba assai complessa è il reinserimento in squadra di un giocatore reduce da infortunio. Per me esistono solo due opzioni: A) è pronto, può fare tutto. B) non è pronto. Nel caso B) non si allena con la squadra, continua a fare terapie e lavoro differenziato fino a quando la condizione non è accettabile. Semplice, no? Non per lo staff sanitario. In tanti anni, una delle cose che ho sentito dire più frequentemente da medici e fisioterapisti è: “Può correre in linea retta, ma deve evitare i cambi di direzione”. Oppure: “Può riprendere, ma non può andare al massimo e non deve sollecitare il ginocchio”. Perfetto: uno in queste condizioni si allena a parte, non con la squadra. Punto! Altrimenti che significa? Facciamo contropiede, tutti sprintano e lui cammina? Facciamo difesa, tutti scivolano col culo basso e lui saltella? Non mi serve uno così, è più di impiccio che altro. Oh, non c’è verso di farglielo capire. Anzi, qui arriva il colpo di genio del medico sociale. Di TUTTI i medici sociali. Sempre la stessa soluzione, sempre la stessa frase: “I lavori più intensi, faticosi e stressanti glieli eviti, gli fai fare solo gli schemi”. Come se gli “schemi”, come li chiamano loro, fossero acqua fresca. Io non so chi ha messo in testa ai medici delle squadre di basket che “gli schemi” si provino camminando. Ma se lo prendo gli faccio passare un brutto quarto d’ora. Per gli staff medici è così: dall’1 contro 1 al 4 contro 4 si lavora duro. Nel 5 contro 5 si passeggia.
LACCI. Le prime volte che mio padre mi portava allo stadio a vedere la partita di calcio, nella squadra della mia città giocava un centravanti che si chiamava Di Girolamo. Era bravo, ma aveva un handicap: su 90 minuti, ne passava 40 ad allacciarsi le scarpe. Ancora oggi mi capita di dire in allenamento a qualcuno dei miei: sei peggio di Di Girolamo. Nelle giovanili, questo è un problema serio. Ci sono ragazzi che si allacciano e riallacciano le scarpe 4-5 volte ad allenamento. E quando lo fanno? Nei momenti di pausa? Quando sono seduti in panchina? No: quando tocca a loro eseguire un esercizio. O mentre l’allenatore parla, così è sicuro che non capiscono una minchia. Benedetto figliolo, ma se ti allacci le scarpe a inizio allenamento, possibile che ti si slaccino tre volte nel giro di un’ora? E’ forse una questione psicologica? Tipo quelle faccende di insicurezza che si tirano sempre fuori a proposito degli adolescenti? Vuoi vedere che se i lacci si allentano è colpa del Covid? Di sicuro le scarpe da allacciare e riallacciare non fanno bene alla fluidità dell’allenamento. E nemmeno al sistema nervoso dell’allenatore.
“Siamo dèi, e ci muoviamo nello spazio profondo… corriamo dietro ai tuoni, ci pettiniamo e aspettiamo la fine del mondo”.
