Vacanze italiane

Dicono che un libro non si giudica mai dalla copertina. Né dal titolo. Ma la prima autobiografia di Wilt Chamberlain (ne ha scritte due) ha un titolo che è una promessa: “Wilt, Just Like Any Other 7-Foot Black Millionaire Who Lives Next Door”. Traduzione: “Wilt, come un qualsiasi altro vicino di casa alto 7 piedi, nero e milionario”. Figuriamoci: chi non ha mai avuto un dirimpettaio di due metri e 16, colorato e straricco? Giusto per sottolineare che il soggetto era più unico che raro.

Questa prima autobiografia, scritta in collaborazione col giornalista David Shaw, non è stata mai tradotta in italiano. Ed è un vero peccato, perché contiene molti riferimenti all’Italia. Si dà il caso che nella primavera del 1958 il perticone, non ancora 22enne, avesse firmato Il suo primo contratto da professionista. Ma non nell’Nba, bensì con gli Harlem Globetrotters. Come ogni estate, anche quell’anno lo squadrone che miscelava basket e comicità venne in tournée in Europa. E nel libro di Chamberlain c’è un capitolo dedicato proprio alle sue  “Vacanze italiane”. Come si intitola? “The sweet life”, la dolce vita.

Ma perché gli Harlem e non la Nba? Breve parentesi: per arginare lo strapotere del negrone nato a Filadelfia, la Ncaa (il campionato universitario) era stata costretta addirittura a riscrivere un tot di regole. Un esempio? Wilt, che giocava con Kansas University, era scarso sui tiri liberi. Ma quando li tirava, saltando da fermo andava direttamente a schiacciare. Così misero la regola che chi tirava i liberi doveva rimanere coi piedi dietro la linea. Rende l’idea? L’impatto del Fenomeno era devastante.

Così, stufo di dominare le partite universitarie da solo, a 22 anni nemmeno compiuti Chamberlain decise di cimentarsi coi professionisti. Ma le regole, ai tempi, impedivano di essere scelti nell’Nba senza aver prima terminato il College. Così, con grande sorpresa di tutti, il 2,16 decise di firmare per i Globetrotters. Che per carità, professionisti lo erano. All’epoca erano anche molto forti. Ma salvo eccezioni non giocavano sul serio, le loro partite stavano al basket come il Wrestling di oggi sta a un vero incontro di lotta. Erano comici nati e intrattenevano il pubblico a suon di gag e numeri da circo.

Chamberlain la raccontava così: “Quando annunciai che per cominciare a giocare sul serio avrei lasciato Kansas e avrei firmato con gli Harlem, molti pensarono che fossi impazzito. Era come se una suora, per preservare la sua verginità, annunciasse di aver lasciato la chiesa per andare a lavorare in un bordello”.

Il modo in cui “The Stilt” (il trampolo) racconta la sua prima avventura italiana, in particolare le tappe di Milano, Torino e Pesaro, sembra studiato apposta per sbalordire il lettore.

BIGLIETTI OMAGGIO. “Avevo 22 anni”, racconta Chamberlain, “ero pieno di curiosità ed entusiasmo, ma non parlavo una parola di italiano. Temevo di non riuscire a rimorchiare. Così i compagni mi spiegarono che dovevo andare in centro  e regalare alle ragazze i biglietti omaggio per le nostre esibizioni”. Figuriamoci quella scultura vivente che girava per Milano ai primi di luglio in cerca di donne da abbordare.

VIGORELLI. “A Milano il successo fu totale. Giocammo tre partite in 3 giorni, attirando nell’arena folle immense”. “L’arena” era il Velodromo Vigorelli, per l’occasione adattato al basket. Conosco i dettagli di una sola delle tre partite: 6 luglio 1958, Harlem Globetrotters-Borletti Milano 71-29. Spettatori 16mila.

OFFERTA. “Prima di lasciare Milano fui contattato da alcuni uomini d’affari italiani. Mi offrirono una cifra assurda per tornare in Italia alla fine del mio anno con gli Harlem e giocare per una squadra italiana. Ma ero troppo determinato ad andare in Nba l’anno dopo e rifiutai”. Chi saranno stati gli “uomini d’affari” italiani e in quale Club volevano portare Wilt? Mistero.

APPLAUSI. “A Torino giravamo per strada tutti insieme per attirare l’attenzione. Capirai, tutti afroamericani e tutti sopra i due metri. Eravamo seguiti da un gran numero di curiosi, così a un certo punto ci mettevamo a saltare per toccare segnali stradali o rami d’albero ad altezze stratosferiche. La folla applaudiva e noi ringraziavamo con un inchino. Lo facevamo per portare più gente possibile alle partite della sera, ma anche per rimorchiare le ragazze più belle!”.

Wilt divideva la stanza d’albergo con Tom “Ripper” Spencer, altro fisicaccio. I due si affacciavano dal balcone a torso nudo e si esibivano in pose da culturisti, attirando sotto all’Hotel una folla di persone. Soprattutto esponenti del gentil sesso.

SALTO NEL VUOTO. “Nella camera accanto alla nostra alloggiava una ragazza molto carina. Da balcone a balcone le dissi ‘buonasera’, una delle poche parole italiane che conoscevo. Lei a sua volta non parlava inglese, così io e Ripper ci presentammo a gesti e sorrisi. Sempre a gesti, ci fece intendere che le sarebbe piaciuto offrirci un drink in camera sua. Ovviamente accettammo”. Alle tre di notte, i due american-lovers raggiunsero la ragazza. Ma per motivi che non è dato conoscere, non passarono dalla porta. Saltarono dal balcone. L’avventura si concluse alle 6 di mattina. Ripper, ubriaco fradicio di Pernod, non se la sentiva di rifare lo stesso salto a ritroso e per lasciare il “campo di battaglia” sfondò a calci una parete di cartongesso. Chamberlain al contrario rifece lo stesso salto da balcone a balcone, rischiando di sfracellarsi. “Da sobrio sembrava molto più vicino”.

CAMPAGNA. A Pesaro, se possibile, andò ancora peggio. Solito bagno di folla, solito approccio con una ragazza del posto, che dopo la partita si portò Wilt a casa sua, in campagna. E fin qui tutto regolare. Ma dopo aver “consumato”, anziché riaccompagnare lo stallone americano in albergo, la donzella pesarese lo scaricò a notte inoltrata nel bel mezzo dell’entroterra marchigiano. “Vagai per ore nel buio pesto alla ricerca della strada di casa”, scrive Chamberlain, “che riuscii a trovare solo alle prime luci dell’alba…” 

Lasciata l’Italia, la tournée dei Globetrotters e le avventure di Wilt proseguirono a Vienna e Parigi. Nella capitale francese, si legge nel libro, Chamberlain coronò il suo sogno di fare sesso con una ballerina del Moulin Rouge. Ma la parentesi italiana era quella che gli aveva lasciato i ricordi più piacevoli. Tanto che l’autobiografia, pubblicata nel 1973, si conclude così: “…Oppure potreste vedermi su una gondola in giro per i canali di Venezia, abbracciato a una ragazza, mentre vi sorrido e vi strizzo l’occhio. Ciao…”     

(Credits: Michele Pettene, Esquire.com) 

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