Bologna, vuoi mettere?

Mattia Largo è il responsabile del settore giovaniledella Virtus Bologna. Non lo conosco di persona, ma percepisco che è un entusiasta. Uno che sprizza da tutti i pori un profondo amore per quello che fa. Si vede proprio che è animato da passione sincera.

Diversi anni fa lessi una sua intervista. Alla domanda: “Dicono che lavorare coi ragazzi di oggi sia più difficile. Sono davvero così complicati?”, aveva risposto: “Sono semplicemente meno abituati a sentirsi dire in faccia quello che non funziona. Ma se quando glielo dici riesci anche a spiegare le tue ragioni, la vedono in maniera diversa, positiva, e ti ascoltano”. All’epoca non allenavo ancora i giovani. Quindi non mi rendevo conto che in quella domanda e in quella riposta erano racchiusi il 50% dei problemi di chi lavora nei settori giovanili.

Ora che ne so molto di più, posso dire che tanti giovani non è che  sono “poco abituati” a sentirsi dire in faccia le cose, proprio non sanno cosa significa. Ricevere un’indicazione, un’istruzione o una correzione da qualcuno è proprio un’esperienza che non hanno MAI fatto. Né in famiglia né tantomeno a scuola.

Di recente ho ascoltato un’altra intervista del bravissimo Mattia, subito dopo la finale della Next Gen. Cup (vinta da imbattuti). Sono rimasto colpito, come dicevo all’inizio, dall’entusiasmo strabordante che trasuda dalle sue parole. Più che intervista era una dichiarazione d’amore: “I ragazzi che alleno sono una meraviglia, davvero qualcosa di speciale. Allenarli per me è una fortuna. Spesso vengono criticati, per quello che è il loro mondo attuale. Ma in realtà sono soltanto in linea coi tempi e hanno dentro tanto da dare. Non smetterò mai di applaudirli”.

Mi è tornata in mente la prima intervista, quella di diversi anni fa. Ho ricollegato. E mi sono detto: vecchio mio, non cambi mai. Sei sempre il solito bisbetico, brontolone, bastian contrario a cui non va mai bene niente. Sto “cinno” qua ha 27 anni meno di te, vuoi che non sia carico a pallettoni? O pretendi che a neanche 40 anni veda le cose con cinismo e disincanto come fai tu, pessimista cronico? Prendi esempio, piuttosto. Ho ragionato così giusto un minuto. Poi sono tornato me stesso.

Auguro a coach Largo di conservare la sua visione fino a 100 anni. Anzi, gli auguro di essere contagioso e di spargere il suo bellissimo “virus” tra tutti gli istruttori che incontra. Ma “io so”, come diceva Pasolini.

Io so cosa vuol dire lavorare nei piccoli settori giovanili. Quelli di provincia. Quelli delle città dove non c’è storia e tradizione di basket. Quelli che non hanno una prima squadra prestigiosa di riferimento.  

Io so cosa provano gli allenatori dell’Under 13, quando gli viene consegnato un gruppo in cui 8 su 14 sembrano piccoli lottatori di Sumo e gli altri 6 inciampano pure correndo in linea retta.

So come ragionano i genitori totalmente digiuni di cultura sportiva, che “portano i figli a basket” come se li portassero a Pilates, e non hanno idea di come funziona uno sport agonistico e di squadra.

So che certi 15-16enni (tardissimo, per cominciare!) si svegliano una mattina e dicono: “Sai che c’è? Voglio giocare a basket”, senza aver mai neanche visto una partita. E i dirigenti te li fanno mettere in squadra perché tanto chi se ne frega, per la società è una quota mensile in più.

La comunicazione? Io so quanto è frustrante dover limitare le spiegazioni a non più di 10 secondi, perché la soglia dell’attenzione degli adolescenti è colata a picco e all’undicesimo secondo si distraggono.

So cosa significa allenare ragazzi poco reattivi, cloroformizzati dagli smartphone, con gravi problemi motori. O che vengono a fare allenamento senza una “visione”, senza fame di basket, solo per fare ricreazione.

Io so quanto mi è costato abituarmi a ragazzi che ti dicono non vengo perché vado in gita, vado alla settimana bianca, mi devo fare un tatuaggio, ho il saggio di pianoforte di mia sorella, mi si è bucato il motorino, mi hanno spostato una festa di compleanno.

So cosa significa allenare in posti dove i ragazzi non hanno l’esempio visivo dei senior e non hanno idea di cos’è un palazzo che ribolle di passione.

E so pure quanto mi costa sentirmi ripetere, in continuazione: devi adeguarti, sono diversi da quelli di una volta, hanno altri codici, altre esigenze, un altro linguaggio, devi usare altri metodi.

Poi però c’è Bologna. Bologna la grassa, Bologna la dotta. Vuoi mettere Bologna, dove gioca la leggendaria Virtus. Dove sotto i portici di via Ugo Bassi e in piazza Maggiore si parla solo di basket. Dove ci si vede per il caffè o l’aperitivo al Roxy Bar prima di andare al basket. Dove si respira basket. Dove tutto è basket. Dove i cinni crescono con un sogno e una visione, quella di giocare a basket da professionisti. Magari nella Virtus. E dove gli istruttori hanno trovato le chiavi giuste per comunicare coi giovani di adesso. Eeeh, vuoi mettere. 

Bologna, vuoi mettere?

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