“Facciamo per 110”

Tutti conoscono Federico Lestini, ex-giocatore di serie A, oggi nello staff di Roseto. Io ho avuto il privilegio di veder giocare Elio, suo padre. Un uragano. Eliuccio giocava in B a Pescara, la sua città di adozione. Poi lo prese Pesaro al piano di sopra. Una domenica d’inverno della stagione 1973-74, quindicenne imberbe che giocava (parola grossa) con le giovanili di Roseto, corsi alla palestra D’Annunzio con più fregola del solito: c’era il derby col Pescara, un evento. Molteni contro Max Meyer, il nostro grande coach americano Ken Grant contro Cesare Moscianese, i colori blu-camoscio dello sponsor di Roseto (lo stesso di Eddy Merckx, il campionissimo di ciclismo) contro il biancorosso dei cugini. Un partitone.

La Molteni Roseto schierava nomi leggendari: Sandro De Simone, il 20enne Tommaso Ginoble, Ivano “ferro filato” D’Alessio, Luigi Marini, i lunghi Damian e Romano Nardi, Gianni Rosa ancora minorenne. Dall’altra parte c’erano il grande Pomilio, Angelo Pulin, Cesare Pancotto (si, l’allenatore), Nicola Ricotta, “Baffo” Mondati. E poi lui, Aurelio Lestini detto Elio, l’Hombre del Partido.

La faccio breve: gara vibrante, combattuta, equilibratissima. Però Pescara aveva un tigre nel motore, il suo bomber immarcabile. Di Lestini all’inizio mi colpì il fisico, sembrava una di quelle star dell’Nba che vedevamo in foto su Giganti del Basket. I suoi quadricipiti erano grossi come il mio torace. I suoi deltoidi esplodevano prepotentemente fuori dalla canotta di gara. Era “paccuto”, ma straordinariamente dinamico. Poi capii a cosa servivano quei 95 chili di muscoli: a disporre di qualunque avversario nell’1c1. Elio partiva in palleggio, tenendo la lingua fuori dai denti. Si arrestava sfidando le leggi della dinamica. Poi saliva, saliva, sfidando le leggi della fisica. E al culmine del “jump”, sempre con la lingua di fuori, lasciava partire il suo siluro, che terminava la corsa in fondo alla retina.

Coach Grant lo fece marcare a turno da tutti e provò di tutto: anticipo, aiuti, raddoppi, cambi. No way. Lestini fece 37, dodici anni prima dell’introduzione del tiro da 3 punti. Roseto rimase aggrappata alla partita e strappò il supplementare, che terminò 10-8 per Pescara. Vinse la Max Meyer, credo 95-93.

La partita era finita da un’ora. Dei 700 spettatori che avevano riempito la palestra D’Annunzio fino a scoppiare, forse 600 erano andati a casa. Tra i quali io. Ma gli altri no, erano ancora lì sul campo. Addossavano alla coppia arbitrale la responsabilità della sconfitta, volevano farsi giustizia. Così, mentre io pensavo ormai ad altro e guardavo la Domenica Sportiva, i fatti si svolsero nel modo che sto per raccontare.

Gli arbitri erano asserragliati negli spogliatoi e non volevano saperne di uscire. Fuori ad aspettarli c’era una folla di assatanati. Forza pubblica presente: l’indimenticabile e benemerito maresciallo dei carabinieri Carlo Porzio con due militi. Troppo pochi per garantire l’incolumità dei direttori di gara. Il presidente era Giovanni Giunco, un’istituzione vivente. Di calmare i facinorosi non se ne parlava neanche. Così Giunco entrò nello spogliatoio, preoccupatissimo, per vedere il da farsi.  Lo accompagnava il colonnello Aldo Anastasi, che per rincuorare gli arbitri ricorse al suo solito colpo di teatro. “Fuori ci sono 3 carabinieri”, disse. “Il presidente Giunco qui fa per 7, e siamo a 10. Io faccio per 100, e fanno 110. Potete uscire tranquilli”. Le ultime parole famose. 

Non bluffava, il colonnello. Era davvero convinto che il carisma suo e di Giunco e il rispetto di cui godevano avrebbero fatto desistere gli assedianti dai loro turpi propositi. Non fu così. Nonostante il prodigarsi delle “guardie del corpo”, che non erano 110 ma solo 5, appena messo il naso fuori dalla porta gli sventurati si videro piombare addosso l’orda dei barbari. E come direbbe Bergonzoni ne presero tante, ma ne presero tante, ma così tante, che il bidello della palestra a un certo punto si mise a urlare: “Ma non saranno troppe? Guardate che spengo le luci, eh? Qui la gente deve andare a cena!”

Quando tutto finì, con gli arbitri ammaccati ma in salvo, Giovanni Giunco sedeva affranto con la testa tra le mani. Il pensiero era già ai sicuri fulmini del Giudice Sportivo, che sicuramente avrebbe fatto pagare care a Roseto l’assedio e l’aggressione. Fu in quel momento che un tifoso, del quale conosco il nome ma non lo dirò mai nemmeno sotto tortura, gli diede il colpo di grazia: “Presidè, la partita l’abbiamo persa, ma una bella lezione a quei due infami gliel’abbiamo data!”.

“Facciamo per 110”

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