Come uno di famiglia

Non so se a qualcuno dei 25 che mi leggono è mai capitato di affezionarsi a una persona senza averla mai conosciuta. A me si. Era Gianni Menichelli. Giornalista (incredibile, vero?), co-fondatore e poi direttore di Giganti del Basket. Marito di Rosy Bozzolo, playmaker del Geas e della Nazionale. Giganti, quando ho cominciato a leggerlo io nel 1972, era il Vangelo. E Gianni era i 4 evangelisti messi insieme. Il suo stile era asciutto, lucido, analitico. La sua conoscenza della materia sembrava quella di un addetto ai lavori. Il suo senso dell’ironia proverbiale. Avere per compagna una giocatrice di altissimo livello probabilmente gli dava un osservatorio privilegiato su fatti e dinamiche del basket, ma lui nel suo scrivere era geniale.

Io non leggevo i suoi pezzi, li assorbivo come uno scottex. Me ne nutrivo. Ero un ragazzino di 13 anni che aveva cominciato da poco a giocare. Ebbi l’intuito di comprare il numero speciale di Giganti che presentava le Olimpiadi del ’72. Mi innamorai subito della prosa efficacissima del direttore, delle risposte troppo divertenti che dava ai lettori nella rubrica della posta, degli articoli di tecnica. Leggendolo, imparavo le cose prima ancora di farle sul campo. Oggi diremmo che era un divulgatore. E il feeling che provavo era forte come per una persona di famiglia. Senza averlo mai neanche visto di persona. Strano? Forse. O forse no.

Si lo so, stavolta “Errori di stampa” non parla di strafalcioni. Al contrario, Gianni Menichelli per me è stato il più grande giornalista di basket della storia. Nemmeno la sua “squadra” scherzava, erano i Giganti di Oscar Eleni, Franco Grigoletti, Gigi Parodi, Marino Bartoletti e altri fuoriclasse. I “Giganti” del nome della rivista infatti erano loro, non i perticoni in campo come sarebbe stato lecito supporre.

Mi ricordo esattamente dov’ero. La via, il punto dove avevo parcheggiato. Era il 1° maggio 1986. Lessi che Gianni Menichelli si era schiantato in macchina. Non so dove, non so come, né con chi. Poi le solite frasi: non è sopravvissuto al terribile incidente, il mondo del giornalismo perde una colonna e bla bla bla.   

Avrò pianto 5-6 volte in vita mia. Sempre per persone care. Quella volta in macchina, da solo, mi si chiuse la gola. Piansi tutte le lacrime che avevo. Non mi davo pace, rimasi a singhiozzare come un idiota per qualche minuto interminabile. Come se fosse morto uno di famiglia.

Come uno di famiglia

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2 commenti su “Come uno di famiglia

  1. Leggevo ogni numero dei Giganti diretti da Menichelli dalla prima all’ultima pagina, pubblicità compresa. Il numero speciale del 1972 per le Olimpiadi di Monaco lo conservo ancora come ua reliquia..
    Purtroppo Menichelli morì sull’autostrada Milano-Torino quando lavorava alla Stampa. Era stato a Cantù per una partita, aveva trasmesso il pezzo al giornale, poi era andato a mangiare con altri giornalisti. A notte fonda partì diretto a Torino, ma per un colpo di sonno non si accorse di alcuni lavori in corso e finì contro le barriere. Dopo la sua morte gli dedicarono un torneo estivo, che purtroppo finì dopo qualche anno.
    Menichelli adorava il basket, anche uello femminile. non amava il basket troppo fisico dei sovietici e di Kenney. Era convinto che Dan Peterson fosse andato in Cile anche con incarichi spionistici della CIA.

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