Fabio Fossati

Il curriculum di Fabio Fossati è così lungo che non basta una pergamena egizia per contenerlo tutto. Una dozzina di campionati di serie A da giocatore (Roma, Brescia, Udine, Napoli). Poi top-coach a livello femminile (due scudetti a Schio, uno a Como e quattro supercoppe italiane). Primo allenatore italiano a guidare la Dinamo Mosca (il Club dell’ex-KGB), vincendo una supercoppa russa. Ancora: Commissario Tecnico della Nazionale maschile del Bangladesh e di quelle femminili  di Camerun e Svizzera. E infine da 13 anni mental coach certificato presso la RN Academy di Los Angeles. Da mental coach lavora per il Ministero dello Sport ungherese come formatore degli allenatori e ha vinto un’Eurocup con la Virtus Bologna nel 2022. Ah, tra un clinic e l’altro ha trovato il tempo di laurearsi in sociologia e di scrivere tre libri. Oggi è docente universitario all’Ateneo di Brescia, Facoltà di Scienze Motorie.

Personalmente l’ho conosciuto a fine anni ’70, quando veniva in vacanza a Giulianova. Abitava in un posto da sogno, un palazzo d’epoca nella parte alta della città con vista mozzafiato sul mare. La mattina andava in spiaggia, poi veniva al campetto per interminabili pomeriggi di tre contro tre. Sono passati più di 50 anni, ma non lo diresti mai, vedendolo alla guida della sua Z4 cabrio d’epoca col giubbotto di pelle e la pashmina da play boy.

Fabio, ma te le ricordi le partitelle al parco Chico Mendez insieme a Carlo Spillare e a noi ragazzi di Giulianova?

“Certo! Giulianova ha significato tanto per me. Ci venivo in vacanza e un’estate avevo Carlo ospite a casa mia. Ricordo anche gli uno contro uno con Charlie Recalcati all’Arena 4 Palme di Roseto”.

Io ho sempre invidiato le persone come te la cui giornata dura 48 ore anziché 24. Quindi deciditi una volta per tutte a spiegarmi come si fa.

“Eh sai, sono brianzolo, terra di canestri e di… mobilifici! Quando ero bimbo, nell’azienda paterna i miei zii si alzavano alle 5 per preparare la colla per i mobili. Ho preso subito la mentalità di avere giornate molto piene e molto lunghe. Dopo tanti anni sarebbe anche il caso di rallentare, ma finché ce la faccio vado avanti”.

A quale delle tue tre “vite” sei più legato? Giocatore, allenatore o mental coach?

“Tutt’e tre! C’è un filo conduttore che le unisce. Peccato non aver potuto disporre di un mental coach prima di diventarlo io stesso. Se da giocatore e allenatore avessi avuto qualcuno a darmi determinate indicazioni, non solo quelle tecniche, la mia vita sarebbe stata diversa”.

Dimmi la cosa più importante appresa studiando da mental coach che da giocatore o allenatore non sapevi.

“Ho imparato che l’avversario più difficile da affrontare non è quello che trovi sul campo. Ce l’hai dentro di te. E’ soprattutto lui che devi allenarti a battere”.

Qual è la giocatrice più forte che hai allenato?

“Ne dico tre. Non voglio fare torti alle giocatrici italiane, ma quelle da cui ho imparato di più sono tutte straniere. La prima è Penny Taylor (australiana dagli indimenticabili occhi verdi scudettata a Schio, Nde). Poi Jurgita Streimikyte (lituana scudettata a Como, Nde). E infine Cinzia Dos Santos (brasiliana, diversi anni in Italia, poi nella WNBA come le altre due, Nde)”.

E lo scudetto/Coppa che ti fa ancora venire i brividi?

“Difficile scegliere, i brividi nella schiena me li provoca tutto quel periodo straordinariamente ricco di risultati e di emozioni. Mi piace ricordare che Schio con me ha vinto il primo scudetto della sua storia”.

Fammi un quintettone di tuoi ex-compagni di squadra, americani compresi.

“Playmaker Stan Pietkiewicz. Da guardia qualcuno forse si sorprenderà ma metto Maurizio Tomassi, giocatore strepitoso che ha raccolto meno di quello che meritava. Ala piccola Marco Solfrini. Numero 4 Dave Sorenson. Centro chi se non Bill Laimbeer. Anche se non piaceva a nessuno perché com’è noto era rissoso e cattivissimo!  (Nde: di Tomassi in quintetto sicuramente non si stupiranno a Palestrina)”.

Valerio Bianchini, che ti ha allenato a Roma, dice di te: “Da giocatore già si intuiva che Fabio avrebbe fatto il ‘playmaker’ anche nella vita”. Pensi anche tu che sia un fatto di predisposizione?

“Quando mi parli di Bianchini tiri fuori l’uomo a cui devo tutto. Mi ha fatto fare il salto di qualità decisivo, per me è stato un allenatore, un fratello maggiore e un maestro di vita. Permettimi però di ricordare anche il mio primo allenatore, si chiamava Pierangelo Trabattoni e si è sorbito tutte le mie paturnie quando ero ragazzo. Se fare il ‘playmaker’ anche fuori dal campo sia un fatto di predisposizione non lo so. Io sicuramente ero predisposto all’insegnamento, ed è quello che faccio”.

Quanto contano in percentuale per un allenatore la tecnica, la tattica e la capacità di motivare?

“La preparazione e la competenza tecnica ovviamente sono la base. Ma saper motivare è altrettanto importante. La chiave è: non posso trasmettere ai giocatori le ‘mie’ motivazioni. Devo creare le condizioni perché il giocatore possa trovare le sue, inseguire i suoi sogni e i suoi obiettivi. Sotto questo aspetto il rapporto allenatore-giocatore può diventare addirittura più importante della tecnica. Non si tratta di ‘amicizia’, ma di collaborazione. Tutti i più grandi allenatori eccellono in questo aspetto”.

In campo hai mai fatto trash talking?

“Con gli avversari mai. Solo con gli arbitri. Ninì Ardito mi diceva sempre “Uhàa, Fabbio, e nun me scassà o cazz’!”. Con gli avversari no, grande rispetto. Anche se il mio amicone Dino Meneghin mi ha raccontato che quando scherzava con qualche compagno di Nazionale  gli diceva: “Hey, guarda che ti metto 20 piccoli Fossati nel letto!”.

Sparami tre cose da mangiare irrinunciabili.

“Pesce. Gelati. Pizza margherita”.

Dimostri 15 anni di meno, continui sempre a fare stragi di cuori?

“Ho già dato! Le stragi le ho fatte da giovane, ora non mi passa neanche per l’anticamera del cervello. Sono un padre di famiglia e sono pure nonno! Mia moglie Gloria è stata molto importante per me, ha cambiato profondamente la mia vita lavorativa e quella di relazione”.

Dimmi almeno come dev’essere la tua donna ideale…

“Intanto… bella! Ma soprattutto forte. Quando allenavo la femminile, le mie giocatrici mi hanno insegnato come si fa a vincere. Da allora non ho mai smesso di enfatizzare il ruolo della donna, nello sport e nella vita. Noi maschietti chissà perché quando abbiamo un problema andiamo sempre a piangere sulla spalla di una donna. E’ il mondo che va in questa direzione, le donne già oggi occupano molti posti di responsabilità. Si, forte e che sappia comprendere”.

Quale sarà la tua quarta vita?

“Tirerò le somme! Pensa che la sera prima di dormire dico sempre una preghierina a James Naismith. Suona così: caro Jim, grazie per aver inventato il basket, altrimenti avrei passato la vita nel mobilificio di mio padre anziché sul campo. Quello che mi sta veramente a cuore adesso è mettere a disposizione degli altri le mie conoscenze. Io sono soddisfattissimo della mia carriera. Ma ti ripeto, se da giocatore e da allenatore avessi avuto il supporto di un mental  coach, a quest’ora invece di star qui a parlare con te sarei a giocare a golf alle Seychelles, ricco sfondato!”

Fabio Fossati

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