
AMERICANATE
Bombe finte, pistole vere
LEFT HAND – “I Blazers? Li batterò giocando solo con la sinistra”. Mi ricorda quando minaccio un mio amico di picchiarlo con la mano destra legata. Ma prima di una partita Nba, una smargiassata del genere c’era un solo uomo che poteva dirla: Larry Joe Bird. Era il 14 febbraio 1986, quando Larry fece questo annuncio. Si giocava Boston Celtics-Portland Trail Blazers, passata alla storia come “La partita mancina”. Boston vinse e Bird fece 47 punti, di cui 20 (!) con la sinistra. Segnò di sinistro anche i due canestri decisivi, quello per andare ai supplementari e quello della vittoria. A fine partita dichiarò: “Dovevo risparmiare la mano destra per la prossima con i Lakers”.
60 YEARS – Qualche anno fa chiesero a Michael Jordan: chi vincerebbe tra i tuoi fantastici Chicago Bulls degli anni ‘90 e i Los Angeles Lakers di oggi con LeBron James? Risposta: “Noi”. Giornalista: e con quale scarto? MJ: “due o tre punti”. Giornalista: Ah! Come mai così pochi? Jordan: “Perché noi ormai abbiamo tutti 60 anni”.
FUCK YOU – Kobe Bryant anni fa, ospite di un salotto televisivo: “Durante la partita insulto gli arbitri in italiano, così non hanno idea di cosa gli abbia detto. L’importante è farlo sorridendo. Tipo, sorrido e gli dico: hey, vaffanculo…”
MARKETING – Nella stagione 1987-88 il giocatore più alto del mondo e quello più basso erano compagni di squadra. Il perticone era Manute Bol, sudanese, alto 2,31. Il tappo era Tyrone Bogues detto “Muggsy”, 1,60. Giocavano insieme nei Washington Bullets, che avevano già Bol e decisero di affiancargli Bogues proprio per formare la strana coppia. La mossa non diede grandi risultati sul campo, ma si rivelò geniale a livello di marketing: le immagini dei due fotografati insieme erano sulle copertine di tutto il mondo.
DUST – 1978, voi pischelli non eravate neanche nati. L’Nba era ancora un pianeta semi inesplorato. Una sera io e i miei compagni di squadra di Macerata andiamo a Osimo, dove il giornalista Giorgio Gandolfi -esperto di basket oltreoceano- teneva uno dei suoi incontri divulgativi. Racconti, notizie inedite, persino qualche raro filmato. “Ho visto con questi occhi Julius Erving”, disse alla platea ipnotizzata, “che dopo una schiacciata, mentre riscendeva a terra, si scrollava dalla maglia la polvere che gli era schizzata addosso dal tabellone”. Imparammo così che Doctor J. restava sospeso in aria istanti interminabili.
DADDY – Dennis Rodman nel 2011, alla cerimonia di ingresso nella Hall of Fame: “Il rimpianto più grande nella mia carriera di giocatore è di non essere stato un buon padre”.
BETTING – Bonanno, Gambino, Genovese, Lucchese. Indovina indovinello: cosa c’entrano questi quattro cognomi italianissimi col basket americano? Facile. Sono quattro delle cinque potentissime famiglie mafiose italo-americane (mancano solo i Colombo) coinvolte nello scandalo delle scommesse clandestine nell’Nba. Per effetto del business delle scommesse, sono accaduti fatti grotteschi. Tipo Terry Rozier, guardia dei Miami Heat, che finge un infortunio proprio mentre un enorme flusso di denaro scommette sulla sua uscita dal campo. Una truffa da 7 milioni di dollari. Loro sono famosi perché esportano la “democrazia”, ma come esportiamo la mafia noi…
EXULT 1 – Ja Morant, play-guardia di Memphis, è proprio fissato con le armi. Mesi fa beccò una squalifica perché fece il gesto di sparare a un avversario. Adesso si è inventato un’esultanza demenziale: quando segna una tripla, simula di lanciare una bomba a mano sugli spalti e poi si tappa le orecchie, aspettando il “BOOM!”.
EXULT 2 – La “Celebration move“ di Steph Curry, il mostruoso tiratore di Golden State, è più sobria. Si mette le mani giunte sulla guancia e fa il gesto di addormentarsi. Gli americani la chiamano “night-night”. Bambinoni…
THE GUN – A proposito di armi. Shawn Kemp, l’ex-stella Nba che nel 2009 fece il precampionato con la Sutor Montegranaro (poi fu tagliato: aveva 40 anni ed era diventato impresentabile), un giorno fu derubato del suo I-phone. Col sistema di tracciamento, ricostruì che il suo telefono si trovava in un’auto parcheggiata davanti a un centro commerciale. Kemp tutto incazzato entra nel parcheggio con la sua macchina deciso a recuperare il cellulare, i ladri lo vedono e gli sparano. Lui non fa una piega, estrae una pistola dal cassetto dell’auto e risponde al fuoco, mentre i clienti del supermercato urlano terrorizzati e scappano. L’epilogo? Telefono recuperato. Tutto bene quel che finisce bene.
