
FLASHBACK
Quei 3 secondi a Monaco
Immaginate una partita decisiva, che assegna un titolo molto importante. Che ne so, gara 7 di finale scudetto. Immaginate che una delle due squadre vinca di un punto e che dopo la sirena i giocatori festeggino abbracciandosi. Ci siete? Bene. Adesso immaginate che in quel preciso istante Gianni Petrucci, presidente della Fip, scenda dalla tribuna e ordini agli arbitri di far rigiocare gli ultimi 3 secondi. Ovviamente senza averne nessuna autorità. Come va a finire? Indovinato: in quei tre secondi la situazione si capovolge e vincono quelli che avevano perso.
OLIMPIADI – Questa cosa è successa davvero. Non era gara 7 di playoff, ma nientemeno che la finale per l’oro alle Olimpiadi di Monaco 1972. Era il 9 settembre, le squadre erano Stati Uniti e Unione Sovietica. In piena guerra fredda! Gli arbitri erano il brasiliano Righetto e il bulgaro Arabadjan. Il grande capo della FIBA che scese dagli spalti a imporre la ripetizione del finale di partita era Sir William Jones. Mica uno qualunque: Jones la Federazione Internazionale l’aveva fondata, una quarantina di anni prima. Inglese nato per caso a Roma, perenne sigaro alla Churchill, carismatico, obiettivamente incuteva rispetto e soggezione. Ma questo non giustificò l’atto di sottomissione degli arbitri, che si calarono letteralmente le braghe.
THRILLING – Alla fine della partita mancava una manciata di secondi, come direbbe Stefano De Martino. L’Unione Sovietica era sopra di un punto. un irreale 49-48. Il pronostico della vigilia era tutto per gli Usa, allenati dal leggendario “Hank” Iba e con i futuri “italiani” Tom McMillen e Mike Bantom. Ma la squadra era giovane e tenera. Troppo tenera per i navigati e maneschi sovietici, che avevano uomini di gran classe come Sergej Belov e Zarmuhamedov, ma anche una serie di rozzi boscaioli. Dunque: a 7” dalla fine lo statunitense Doug Collins intercetta un pallone e vola in contropiede per il sorpasso. Lo insegue Zurab Sakandelidze, rude georgiano di Kutaisi, che per impedirgli di segnare gli molla una tremenda randellata “ndo cojo cojo”. Oggi sarebbe antisportivo tutta la vita. Collins si schianta contro il sostegno del canestro e rischia la commozione cerebrale, ma dopo aver visto tutte le stelle del firmamento si rialza, si dà una scrollatina e si presenta sulla linea dei tiri liberi. Con naturalezza disarmante, vista anche la legnata incredibile che aveva preso, l’americano fa 2/2. Sorpasso, 50-49 per gli Usa. Il cronometro segna i fatidici 3 secondi alla fine. E qui comincia il giallo.
TIMEOUT SI O NO – Mentre i suoi rimettevano la palla in campo alla sperindìo, l’allenatore sovietico Kondrashin era aggrappato come un granchio sugli scogli all’arbitro Righetto e gli urlava in inglese: “I called timeout! I called timeout!”. Vladimir Kondrashin era un uomo tutto d’un pezzo. 43enne, ex-giocatore dello Spartak Leningrado, CT della Nazionale dal 1970. Già due medaglie d‘oro in bacheca (Universiadi ed Europei). Temuto e rispettato in patria come pochi altri. L’arbitro brasiliano non riusciva a scrollarselo di dosso. Kondrashin sosteneva di aver chiesto timeout prima che gli Usa tirassero i due “liberi” del sorpasso, per poter organizzare la rimessa negli ultimi 3” di gioco. Ma la sospensione non era stata accordata. Righetto, col CT sovietico che lo braccava, interruppe il gioco. Mancava ancora un secondo. Contestazione, discussioni, tensione alle stelle. Alla fine prevale la tesi del tavolo: timeout richiesto troppo tardi, quando Collins già si accingeva a battere il secondo tiro libero, e quindi non concesso. Decisione degli arbitri, si riprende con quell’unico secondo da giocare. Rimessa Urss, niente di fatto, punteggio finale 50-49 per gli Usa. Gli orientali in maglia rossa schiumavano rabbia, i ragazzi americani saltavano di gioia come canguri. Ma avevano fatto i conti senza l’oste.
WILLIAM JONES – L’oste era lui, Renato William Jones, segretario generale della Federazione Mondiale. Sir William scese dalla tribuna d’onore del Pala Audi, che all’epoca si chiamava più decoubertianamente “Olimpiske Basket Halle”, e chiamò a sé gli arbitri. “I sovietici solleveranno mille polemiche per il timeout non concesso”, disse in sintesi, “togliamogli almeno la possibilità di contestare come si è svolta l’ultima rimessa. Resettate il cronometro e fate rigiocare i tre secondi finali”. A ripensarci oggi, viene da sorridere. Erano le Olimpiadi, mica il torneo dei bar. Ma il 9 settembre 1972, a sir William Jones e al suo tono che non ammetteva repliche, Righetto e Arabadjian non se la sentirono di opporsi. E’ stata l’unica volta della mia vita in cui sono stato costretto a dare ragione agli Usa.
GLI ULTIMI 3 SECONDI – Il timeout non c’era stato, ma Kondrashin aveva approfittato degli attimi di confusione per istruire i suoi. Gli americani invece, passati di colpo dall’euforia della vittoria alla doccia fredda del dover rigiocare gli ultimi secondi, erano come imbambolati. La rimessa dal fondo fu affidata a Ivan Edeshko, bielorusso, guardia-ala di 1,96 del Cska Mosca. Scelta non casuale: Edeshko aveva braccia di dimensioni spropositate, dure e nodose come due randelli. Si piazzò dietro alla linea di fondo, prese il pallone come io prenderei un mandarino e fece un passaggio baseball da canestro a canestro (26 metri, all’epoca) degno di un quarterback. La palla volava, volava. I giovanotti americani guardavano, guardavano (forse le mosche). Alla fine il Wilson B500 arancione finì la sua corsa proprio nelle mani del duemetri russo Alexander Belov, che era esattamente là dove doveva essere: a un passo dal canestro statunitense, raggiunto dal lancio di Edeshko con precisione millimetrica. Secondo qualcuno, nel movimento di ricezione e arresto Alexander fece “passi”. Secondo altri, si liberò del difensore con una spallata. Andate a vedervelo su YouTube e fatevi la vostra opinione. In ogni caso: comodo appoggio al tabellone, immortalato dalla foto qui sopra, canestro, sirena. 51-50 per l’Urss, americani sotto shock. L’immagine di Alexander Belov che corre a braccia alzate verso l’abbraccio dei compagni è nella storia. A livello di tensioni tra i due colossi, quella vittoria bilanciava la sconfitta del sovietico Spassky contro l’americano Fisher nella finale mondiale di scacchi, meno di un mese prima.
I DUE BELOV – Alexander Belov era omonimo ma non parente del divino Sergej, che di quella finale fu il miglior realizzatore con 20 punti (su 51). Belov d’altra parte in russo significa “bianco” ed è un cognome piuttosto comune: guarda tu le coincidenze. Quando arrivò il pallone scagliato da Edeshko, Alexander si trovava nel posto giusto al momento giusto. In seguito, fuori dal campo, non fu sempre così. Accusato in patria di approfittare delle trasferte internazionali per importare merce di contrabbando, a soli 27 anni Belov sparì dalla circolazione senza lasciare traccia. La Tass (agenzia di stampa sovietica) taceva, in Europa si favoleggiava di incarcerazioni in Siberia. In realtà era morto per un male incurabile. Il Belov più forte, Sergej, chiamò suo figlio Alexander in onore dell’amico.
LA MEDAGLIA RIFIUTATA – Per protesta, gli Stati Uniti non si presentarono alla premiazione e in tutto questo tempo hanno sempre rifiutato di ritirare la medaglia d’argento. Alcuni giocatori hanno addirittura messo nero su bianco il divieto assoluto di ritirarla anche per gli eredi. Anni dopo il fattaccio, sir William Jones confidò all’amico Ed Steiz, uno degli estensori del moderno regolamento tecnico del basket: “Volevo solo evitare il trascinarsi delle polemiche. Non avrei mai immaginato che in 3 secondi l’Unione Sovietica sarebbe riuscita a segnare”.

Grazie. Non me lo ricordavo.
In quelle Olimpiadi l’Italia arrivò quarta perdendo la finale per il bronzo con Cuba, sempre di un punto…