{"id":1796,"date":"2025-12-31T00:21:50","date_gmt":"2025-12-31T00:21:50","guid":{"rendered":"https:\/\/glistranisietevoi.it\/?p=1796"},"modified":"2026-01-15T10:56:02","modified_gmt":"2026-01-15T10:56:02","slug":"quei-3-secondi-a-monaco-72","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/glistranisietevoi.it\/?p=1796","title":{"rendered":"Quei 3 secondi a Monaco"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"300\" height=\"145\" src=\"https:\/\/glistranisietevoi.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/FLASHBACK.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1797\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-zakra-color-1-color has-text-color has-link-color wp-elements-87fe07b444cebac525ce468084a3f7b7\"><strong>FLASHBACK<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-large-font-size\"><strong>Quei 3 secondi a Monaco <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Immaginate una partita decisiva, che assegna un titolo molto importante. Che ne so, gara 7 di finale scudetto. Immaginate che una delle due squadre vinca di un punto e che dopo la sirena i giocatori festeggino abbracciandosi. Ci siete? Bene. Adesso immaginate che in quel preciso istante Gianni Petrucci, presidente della Fip, scenda dalla tribuna e ordini agli arbitri di far rigiocare gli ultimi 3 secondi. Ovviamente senza averne nessuna autorit\u00e0. Come va a finire? Indovinato: in quei tre secondi la situazione si capovolge e vincono quelli che avevano perso. <\/p>\n\n\n\n<p><strong>OLIMPIADI<\/strong> &#8211; Questa cosa \u00e8 successa davvero. Non era gara 7 di playoff, ma nientemeno che la finale per l\u2019oro alle Olimpiadi di Monaco 1972. Era il 9 settembre, le squadre erano Stati Uniti e Unione Sovietica. In piena guerra fredda! Gli arbitri erano il brasiliano Righetto e il bulgaro Arabadjan. Il grande capo della FIBA che scese dagli spalti a imporre la ripetizione del finale di partita era Sir William Jones. Mica uno qualunque: Jones la Federazione Internazionale l\u2019aveva fondata, una quarantina di anni prima. Inglese nato per caso a Roma, perenne sigaro alla Churchill, carismatico, obiettivamente incuteva rispetto e soggezione. Ma questo non giustific\u00f2 l\u2019atto di sottomissione degli arbitri, che si calarono letteralmente le braghe.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>THRILLING<\/strong> &#8211; Alla fine della partita mancava una manciata di secondi, come direbbe Stefano De Martino. L\u2019Unione Sovietica era sopra di un punto. un irreale 49-48. Il pronostico della vigilia era tutto per gli Usa, allenati dal leggendario \u201cHank\u201d Iba e con i futuri \u201citaliani\u201d Tom McMillen e Mike Bantom. Ma la squadra era giovane e tenera. Troppo tenera per i navigati e maneschi sovietici, che avevano uomini di gran classe come Sergej Belov e Zarmuhamedov, ma anche una serie di rozzi boscaioli. Dunque: a 7\u201d dalla fine lo statunitense Doug Collins intercetta un pallone e vola in contropiede per il sorpasso. Lo insegue Zurab Sakandelidze, rude georgiano di Kutaisi, che per impedirgli di segnare gli molla una tremenda randellata \u201c<em>ndo cojo cojo\u201d. <\/em>Oggi sarebbe antisportivo tutta la vita. Collins si schianta contro il sostegno del canestro e rischia la commozione cerebrale, ma dopo aver visto tutte le stelle del firmamento si rialza, si d\u00e0 una scrollatina e si presenta sulla linea dei tiri liberi. Con naturalezza disarmante, vista anche la legnata incredibile che aveva preso, l\u2019americano fa 2\/2. Sorpasso, 50-49 per gli Usa. Il cronometro segna i fatidici 3 secondi alla fine. E qui comincia il giallo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>TIMEOUT SI O NO<\/strong> &#8211; Mentre i suoi rimettevano la palla in campo alla sperind\u00eco, l\u2019allenatore sovietico Kondrashin era aggrappato come un granchio sugli scogli all\u2019arbitro Righetto e gli urlava in inglese: \u201c<em>I called timeout! I called timeout!<\/em>\u201d. Vladimir Kondrashin era un uomo tutto d\u2019un pezzo. 43enne, ex-giocatore dello Spartak Leningrado, CT della Nazionale dal 1970. Gi\u00e0 due medaglie d\u2018oro in bacheca (Universiadi ed Europei). Temuto e rispettato in patria come pochi altri. L\u2019arbitro brasiliano non riusciva a scrollarselo di dosso. Kondrashin sosteneva di aver chiesto timeout prima che gli Usa tirassero i due \u201cliberi\u201d del sorpasso, per poter organizzare la rimessa negli ultimi 3\u201d di gioco. Ma la sospensione non era stata accordata. Righetto, col CT sovietico che lo braccava, interruppe il gioco. Mancava ancora un secondo. Contestazione, discussioni, tensione alle stelle. Alla fine prevale la tesi del tavolo: timeout richiesto troppo tardi, quando Collins gi\u00e0 si accingeva a battere il secondo tiro libero, e quindi non concesso. Decisione degli arbitri, si riprende con quell\u2019unico secondo da giocare. Rimessa Urss, niente di fatto, punteggio finale 50-49 per gli Usa. Gli orientali in maglia rossa schiumavano rabbia, i ragazzi americani saltavano di gioia come canguri. Ma avevano fatto i conti senza l\u2019oste.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>WILLIAM JONES<\/strong> &#8211; L\u2019oste era lui, Renato William Jones, segretario generale della Federazione Mondiale. Sir William scese dalla tribuna d\u2019onore del Pala Audi, che all\u2019epoca si chiamava pi\u00f9 decoubertianamente \u201cOlimpiske Basket Halle\u201d, e chiam\u00f2 a s\u00e9 gli arbitri. \u201c<em>I sovietici solleveranno mille polemiche per il timeout non concesso<\/em>\u201d, disse in sintesi, \u201c<em>togliamogli almeno la possibilit\u00e0 di contestare come si \u00e8 svolta l&#8217;ultima rimessa. Resettate il cronometro e fate rigiocare i tre secondi finali<\/em>\u201d. A ripensarci oggi, viene da sorridere. Erano le Olimpiadi, mica il torneo dei bar. Ma il 9 settembre 1972, a sir William Jones e al suo tono che non ammetteva repliche, Righetto e Arabadjian non se la sentirono di opporsi. E\u2019 stata l\u2019unica volta della mia vita in cui sono stato costretto a dare ragione agli Usa.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>GLI ULTIMI 3 SECONDI<\/strong> &#8211; Il timeout non c\u2019era stato, ma Kondrashin aveva approfittato degli attimi di confusione per istruire i suoi. Gli americani invece, passati di colpo dall\u2019euforia della vittoria alla doccia fredda del dover rigiocare gli ultimi secondi, erano come imbambolati. La rimessa dal fondo fu affidata a Ivan Edeshko, bielorusso, guardia-ala di 1,96 del Cska Mosca. Scelta non casuale: Edeshko aveva braccia di dimensioni spropositate, dure e nodose come due randelli. Si piazz\u00f2 dietro alla linea di fondo, prese il pallone come io prenderei un mandarino e fece un passaggio baseball da canestro a canestro (26 metri, all\u2019epoca) degno di un <em>quarterback.<\/em> La palla volava, volava. I giovanotti americani guardavano, guardavano (forse le mosche). Alla fine il Wilson B500 arancione fin\u00ec la sua corsa proprio nelle mani del duemetri russo Alexander Belov, che era esattamente l\u00e0 dove doveva essere: a un passo dal canestro statunitense, raggiunto dal lancio di Edeshko con precisione millimetrica. Secondo qualcuno, nel movimento di ricezione e arresto Alexander fece \u201cpassi\u201d. Secondo altri, si liber\u00f2 del difensore con una spallata. Andate a vedervelo su YouTube e fatevi la vostra opinione. In ogni caso: comodo appoggio al tabellone, immortalato dalla foto qui sopra, canestro, sirena. 51-50 per l\u2019Urss, americani sotto shock. L\u2019immagine di Alexander Belov che corre a braccia alzate verso l\u2019abbraccio dei compagni \u00e8 nella storia. A livello di tensioni tra i due colossi, quella vittoria bilanciava la sconfitta del sovietico Spassky contro l\u2019americano Fisher nella finale mondiale di scacchi, meno di un mese prima.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>I DUE BELOV<\/strong> &#8211; Alexander Belov era omonimo ma non parente del divino Sergej, che di quella finale fu il miglior realizzatore con 20 punti (su 51). Belov d\u2019altra parte in russo significa \u201cbianco\u201d ed \u00e8 un cognome piuttosto comune: guarda tu le coincidenze. Quando arriv\u00f2 il pallone scagliato da Edeshko, Alexander si trovava nel posto giusto al momento giusto. In seguito, fuori dal campo, non fu sempre cos\u00ec. Accusato in patria di approfittare delle trasferte internazionali per importare merce di contrabbando, a soli 27 anni Belov spar\u00ec dalla circolazione senza lasciare traccia. La Tass (agenzia di stampa sovietica) taceva, in Europa si favoleggiava di incarcerazioni in Siberia. In realt\u00e0 era morto per un male incurabile. Il Belov pi\u00f9 forte, Sergej, chiam\u00f2 suo figlio Alexander in onore dell\u2019amico.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>LA MEDAGLIA RIFIUTATA<\/strong> &#8211; Per protesta, gli Stati Uniti non si presentarono alla premiazione e in tutto questo tempo hanno sempre rifiutato di ritirare la medaglia d\u2019argento. Alcuni giocatori hanno addirittura messo nero su bianco il divieto assoluto di ritirarla anche per gli eredi. Anni dopo il fattaccio, sir  William Jones confid\u00f2 all\u2019amico Ed Steiz, uno degli estensori del moderno regolamento tecnico del basket: <em>\u201cVolevo solo evitare il trascinarsi delle polemiche. Non avrei mai immaginato che in 3 secondi l\u2019Unione Sovietica sarebbe riuscita a segnare\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>FLASHBACK Quei 3 secondi a Monaco Immaginate una partita decisiva, che assegna un titolo molto importante. Che ne so, gara 7 di finale scudetto. Immaginate che una delle due squadre vinca di un punto e che dopo la sirena i giocatori festeggino abbracciandosi. Ci siete? Bene. 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